
Il tempio di Dendera, dai soffitti blu allo zodiaco
A nord di Luxor, in mezzo ai campi, c’è un tempio con i soffitti tornati blu dopo secoli di fuliggine e una fila di colonne con il volto di una dea. È anche famoso per uno zodiaco che, come vedremo, non è più lì.
In breve
- Dove si trova: sulla riva ovest del Nilo davanti a Qena, una sessantina di chilometri a nord di Luxor: un’ora abbondante di strada.
- A chi è dedicato: a Hathor, dea dell’amore, della musica e della gioia.
- L’epoca: il tempio che si visita è tolemaico e romano, costruito fra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. su luoghi di culto molto più antichi.
- Cosa vedere: la sala ipostila con 24 colonne hathoriche e il soffitto astronomico, le cripte, le cappelle sul tetto con il calco dello zodiaco, il rilievo di Cleopatra e Cesarione sul muro posteriore.
- Quanto tempo: due ore bastano; spesso si abbina ad Abydos nella stessa giornata.
La visita organizzata: escursione al tempio di Dendera oppure Dendera e Abydos in giornata.
Un tempio in mezzo ai campi
Dendera non sta in una città né su una rotta turistica: sta in mezzo alla campagna, e ci si arriva attraversando i coltivi. Già questo la mette in una categoria diversa dai templi che si visitano scendendo da una nave. Sulla stessa direttrice, a poca distanza, c’è Abydos e la sua lista dei re.
La facciata è una fila di colonne che finiscono con il volto della dea Hathor. Guardandole da vicino si nota che i volti sono rovinati: non dal tempo, ma dallo scalpello. Sono stati cancellati deliberatamente, quando il tempio aveva smesso di essere un tempio.
Il colore, ritrovato sotto la fuliggine
Dentro, dopo la pulitura, il soffitto è tornato blu. Non un accenno di blu: campiture profonde, con figure astronomiche che per secoli nessuno ha visto perché erano coperte da uno strato nero di fumo.
È la stessa rivelazione che aspetta chi entra a Esna, e per la stessa ragione: dove la gente ha vissuto dentro un tempio, ha acceso fuochi, e la fuliggine ha finito per proteggere quello che copriva. La pietra nuda è quello che resta, non quello che era.
Lo zodiaco che non è lì
Dendera è famosa per il suo zodiaco circolare, e vale la pena dirlo chiaramente prima di partire: quello sul soffitto è una copia. L’originale fu staccato e portato in Francia, ed è al Louvre.
Il calco sta nella posizione esatta ed è fedele, quindi la sala si guarda comunque per quello che era. Ma è il genere di cosa che è meglio sapere in anticipo: chi ci arriva convinto di vedere l’originale se ne accorge da solo, e la delusione si mangia il resto della visita.

Come inserirla in un viaggio
Dendera sta a nord di Luxor e si abbina naturalmente ad Abydos: sono le due tappe che gli itinerari standard saltano e che insieme riempiono una giornata. Le distanze esatte, misurate, sono in quanto distano Abydos e Dendera, e chi parte da sud le trova in Abydos e Dendera da Sohag.
Fa parte della stessa famiglia dei templi poco visitati dell’Alto Egitto: meno code, più tempo davanti alle pareti. La visita a sé è il tempio di Dendera, e il quadro generale resta cosa vedere a Luxor.
Il soffitto non è decorato, è un cielo
In un tempio egizio niente è neutro: il pavimento è la terra, le colonne sono piante che salgono dall’acqua, il soffitto è il cielo. Il blu non è gusto, è la parte alta del mondo messa al posto che le spetta.
Da qui il modo di leggerlo. Il soffitto della grande sala d’ingresso è diviso in strisce parallele che corrono lungo l’asse, e ognuna ha un soggetto suo. Chi vede un ammasso di figure non sta guardando un ammasso, ma file distinte, da prendere una per volta.
La più riconoscibile è una figura femminile allungata che attraversa il soffitto da un capo all’altro, inarcata e cosparsa di stelle. È Nut, il cielo. Il sole le entra in bocca la sera ed esce dall’altra parte del corpo la mattina.
Che cos’è quel blu
Il colore riemerso sotto la fuliggine non viene da una pietra macinata: è un pigmento fabbricato. Sabbia, un composto di calcio, un minerale di rame e un fondente, cotti in forno finché non nasceva un materiale nuovo, azzurro, poi ridotto in polvere e steso. Uno dei primi colori artificiali della storia.
Questo spiega perché è ancora lì. Le tinte di origine organica sbiadiscono alla luce; un pigmento cotto no, perché il colore sta nella struttura del materiale, non in una vernice appoggiata sopra. Dove il resto della tavolozza si è spento, azzurri e verdi di rame sono l’ultimo colore a cedere.
Ha anche una proprietà che gli specialisti sfruttano: risponde nell’infrarosso e si accende in fotografia dove l’occhio non vede più niente.
Lo zodiaco che invece è rimasto
Chi arriva pensando allo zodiaco pensa a quello circolare, e ormai sa che quello è un calco. Nel tempio però ce n’è un secondo, disteso in lunghezza, e quello sta ancora dov’è nato: corre sul soffitto della grande sala d’ingresso, dentro quelle stesse fasce.
È meno fotogenico, e per questo passa inosservato. Non ha la forma a disco che si vede sui libri, si sviluppa in lunghezza come una processione, e va seguito camminando invece che guardato da fermi. Ma è pietra originale, con il colore originale.
Il paradosso sta qui: si arriva cercando quello che è stato portato via e si passa sotto quello rimasto senza alzare gli occhi.
Perché su un soffitto egizio ci sono l’Ariete e lo Scorpione
Davanti a quelle figure metà si riconoscono al primo colpo, il toro, l’ariete, lo scorpione, il granchio, e metà no.
I segni zodiacali non nascono in Egitto: vengono dalla Mesopotamia, passano per il mondo greco e arrivano sui soffitti egizi tardi. Il tempio che si visita appartiene a quella fase, ed è per questo che repertorio locale e repertorio importato stanno sulla stessa pietra.
Le figure che non si riconoscono sono la parte egiziana: i decani, gruppi di stelle che scandivano la notte e l’anno, disegnati come divinità, animali, barche. Si trovano prima i segni familiari, poi ci si accorge che il resto è un altro sistema, che quei segni non hanno sostituito ma affiancato.
Da qui anche l’equivoco che gira da sempre, cioè che quel soffitto provi un’astronomia egizia remotissima. Regge perché il tempio è egizio e i segni sembrano eterni. È invece il verbale di un incontro fra due tradizioni.
Dove stava l’originale, e come si riconosce un calco
L’originale non stava nella sala grande: era il soffitto di una piccola cappella sulla terrazza, in cima al tempio, e alla terrazza si sale da scale interne. Chi si ferma al piano di sotto non passa nemmeno vicino al punto da cui il blocco fu staccato.
Il calco si riconosce, se si sa cosa cercare. La pietra vera intorno ha la superficie mangiata, la fuliggine nelle rientranze, gli spigoli consumati; il calco ha il rilievo giusto ma una superficie troppo regolare e nessuna traccia di quello che è successo alla sala. È fedele nel disegno, non nella pelle.
Quando la terrazza è accessibile la salita vale la pena: è il punto da cui si capisce come il tempio stia piantato in mezzo alla campagna. Che cosa sia compreso nell’ingresso dipende dalla formula con cui ci si arriva: una giornata organizzata e la visita a un singolo monumento non seguono la stessa regola.

Le colonne sono strumenti musicali
Il volto di Hathor in cima alle colonne non è un capitello con una faccia sopra: la colonna riproduce un sistro, il sonaglio che si agitava nel culto della dea. Il fusto è il manico, la testa è la testa, e il blocchetto squadrato sopra il viso è la parte alta dello strumento.
Vale la pena verificarlo sul posto: i volti sono quattro, uno per lato, e guardano nelle quattro direzioni. Non è una fila di ritratti frontali, è un oggetto pensato per essere visto girandoci intorno.
Poi le orecchie, bovine, larghe e piazzate basse rispetto al viso: sono il dettaglio che distingue le teste della dea da qualunque altro volto scolpito qui. Anche dove il viso è stato spianato, la loro sagoma resta spesso l’unica traccia di chi fosse quella testa.

Scalpello o erosione: si distingue a occhio
I danni su un muro egizio hanno cause diverse, e ognuna lascia un segno suo.
La cancellazione mirata si riconosce perché sceglie: colpisce il viso, a volte le mani o il nome dentro il cartiglio, e lascia intatto quello che sta a un dito di distanza. Una figura può avere il corpo perfetto e la testa spianata. Nessun agente naturale lavora così.
L’usura fa il contrario, non sceglie: segue l’altezza da terra, i punti dove l’acqua ha ristagnato, le venature della pietra, e consuma allo stesso modo il faraone e la colonna accanto a lui. Se il danno ha un confine netto attorno a una faccia, dietro c’è una mano; se sfuma, dietro ci sono i secoli.

Il colore resiste dove ha resistito il tetto
Accanto ai templi vicini Dendera mostra una regola semplice: il colore sopravvive dove qualcosa lo ha coperto. Un tetto ancora in piedi, la sabbia, oppure, come qui, uno strato di fumo. Dove il soffitto è crollato, la tavolozza se n’è andata con lui.
Esna è il confronto più stretto: stessa fuliggine, stessa sorpresa quando la si toglie. Edfu ha tenuto la copertura meglio di quasi tutti. Le sale che hanno perso il tetto, Karnak compresa, conservano colore solo nei punti riparati.
E si capisce come si sia arrivati a quel nero: il tempio è rimasto abitato molto dopo aver smesso di essere un tempio, con fuochi accesi sotto quei soffitti e il terreno salito fino a seppellire parte delle sale. Il tempio pieno di colore che si visita oggi è, in buona parte, una cosa ritrovata.
Il cielo scolpito sui soffitti serviva anche a contare il tempo, ma il calendario egizio nasceva dal fiume: l’anno era diviso in tre stagioni legate al Nilo, la piena, l’uscita delle terre e la raccolta.
Domande frequenti su Dendera
Dove si trova il tempio di Dendera?
Sulla riva ovest del Nilo, di fronte alla città di Qena, una sessantina di chilometri a nord di Luxor. Si raggiunge in auto in un’ora abbondante, ed è facile abbinarlo ad Abydos, più a nord, nella stessa giornata.
A quale dea è dedicato il tempio di Dendera?
A Hathor, la dea dell’amore, della musica, della danza e della gioia, spesso raffigurata con il volto di donna e le orecchie di vacca. Il suo volto è scolpito in cima alle colonne della sala ipostila.
Cosa vedere a Dendera?
La sala ipostila con il soffitto astronomico tornato blu, le sale interne, le cripte con i rilievi delle cosiddette lampade, le cappelle sul tetto con il calco dello zodiaco e, all’esterno, il rilievo di Cleopatra con il figlio Cesarione e i due mammisi.
Si vede lo zodiaco di Dendera sul soffitto?
Se ne vede una copia. L’originale fu staccato dal soffitto e portato in Francia: oggi sta al Louvre, a Parigi. Quello che si guarda a Dendera è un calco fedele, nella posizione esatta. Vale comunque la visita, ma è meglio saperlo prima che dopo.
Perché i volti di Hathor sono rovinati?
Perché sono stati scalpellati. Le teste della dea sulle colonne sono state deliberatamente danneggiate in epoche successive, quando il tempio non era più un tempio. È un dettaglio che cambia il modo di guardarle: non è usura, è storia.
Che cosa ha di speciale il soffitto?
Il colore. Dopo la pulitura, le sale interne hanno ritrovato blu profondi e figure astronomiche che per secoli erano nascoste sotto la fuliggine. È uno dei posti in Egitto in cui si capisce meglio che questi templi erano dipinti, non color sabbia.
Che cosa sono le cripte?
Passaggi stretti ricavati nello spessore dei muri, dove si custodivano gli oggetti del culto. Alcune si visitano, una alla volta e piegati: sono anguste e non fanno per tutti, ma i rilievi lì dentro sono fra i meglio conservati del tempio. In una di queste ci sono i rilievi delle cosiddette lampade di Dendera.
Dove si trova e come si abbina?
A nord di Luxor, lungo il Nilo. Si abbina naturalmente ad Abydos: sono le due tappe che quasi nessun itinerario standard include e che insieme fanno una giornata piena.
Altre domande frequenti
C’è un solo zodiaco a Dendera?
No, ce ne sono due: sul soffitto della grande sala d’ingresso ne corre uno, di forma allungata, ancora sulla pietra originale e con il colore originale. È molto meno fotografato e quasi nessuno lo cerca, però si guarda semplicemente alzando la testa.
Perché il blu si è conservato e gli altri colori no?
Perché il blu egizio nasce in un forno: è un pigmento cotto, e il colore sta dentro il grano del materiale, dove la luce non arriva a consumarlo. A questo si aggiunge la fuliggine, che ha funzionato da coperchio, ed ecco perché quelle sale hanno restituito campiture piene mentre altrove resta poco più di un’ombra.
Che cosa rappresentano le colonne con il volto della dea?
Un sistro, lo strumento a sonagli legato al culto di Hathor. Il fusto è il manico e il blocchetto squadrato sopra il viso è la parte alta dello strumento. I volti sono quattro, uno per lato: conviene girare intorno alla colonna invece di guardarli solo di fronte. Le orecchie sono bovine, ed è il dettaglio che le rende riconoscibili anche quando il viso è danneggiato.
Si sale sulla terrazza del tempio?
Dal tempio salgono scale interne fino alla terrazza, ed è da lassù che proviene lo zodiaco circolare: la cappella da cui fu staccato sta in cima, non nella sala grande. L’accesso alle singole parti può variare, quindi conviene verificarlo sul posto invece di darlo per scontato. Se è aperta, è anche il punto migliore per vedere come il tempio sia circondato dai campi.
Volete Dendera e Abydos nello stesso viaggio, senza corse? Raccontateci le date: le organizziamo con una guida egittologa di lingua italiana.


