
Il tempio di Kalabsha, spostato e rimasto vuoto
La diga di Assuan non ha minacciato solo Abu Simbel. Il tempio più grande fra gli altri salvati è Kalabsha, rimontato su un’altura vicino alla diga: ci si arriva in barca, e quasi sempre non c’è nessuno.
In breve
- Dove si trova: su un promontorio del Lago Nasser appena a sud della Diga Alta di Assuan; di solito ci si arriva in barca.
- Perché è lì: il lago lo avrebbe sommerso: fra il 1961 e il 1963 fu smontato in circa 13.000 blocchi e rimontato una cinquantina di chilometri più a nord.
- A chi è dedicato: a Mandulis, dio solare della Nubia; il tempio è di epoca romana, del regno di Augusto.
- Cosa c’è intorno: nello stesso sito il tempietto rupestre di Beit el-Wali, di Ramesse II, e il chiosco di Qertassi.
- Quanto tempo: un’ora e mezza compresa la barca; si abbina bene alla diga e a Philae.
La visita organizzata: tempio di Kalabsha da Assuan.
Il salvataggio di cui non parla nessuno
Quando la diga di Assuan ha creato il lago, Abu Simbel è diventato il simbolo del salvataggio: i colossi tagliati a blocchi e risollevati più in alto sono un’immagine che hanno visto tutti.
Ma i templi a rischio erano molti, e Kalabsha era il più grande dopo Abu Simbel. È stato smontato e rimontato anche lui, su un’altura vicino alla diga. Poi, semplicemente, non ci è andato quasi nessuno. E non furono spostati solo i templi: la valle era abitata, e i villaggi nubiani che si visitano oggi vicino ad Assuan sono dove finirono i loro abitanti.
Serve una barca, ed è per questo che è vuoto
Il tempio ricostruito sta su una penisola rocciosa che si raggiunge solo dall’acqua. La traversata è corta, ma è un passaggio in più: basta a tenerlo fuori dagli itinerari di gruppo.
Il risultato è la cosa più rara che l’Egitto possa offrire: un tempio grande, integro, e nessuno dentro. Chi ha attraversato la folla di Karnak capisce subito quanto valga.
Quello che si vede oggi è stato rimesso in piedi
C’è un dettaglio che cambia la visita se lo si sa prima: prima dello spostamento il tempio era in gran parte crollato, con i blocchi sparsi a terra davanti alla facciata.
Rimontandolo lo hanno anche rimesso insieme. Quello che si attraversa oggi è più completo di quanto lo fosse da secoli, ed è una delle poche occasioni in Egitto in cui si guarda un edificio antico sapendo esattamente quanto lavoro moderno lo tiene su.
Come inserirlo in una giornata ad Assuan
Si abbina alle altre visite sull’acqua: l’isola di Elefantina, il giardino botanico e l’obelisco incompiuto, che è a pochi minuti dalla diga.
La visita a sé è il tempio di Kalabsha. Se volete costruire una giornata ad Assuan che non sia la solita, si parte da viaggi su misura.
Il numero scritto su ogni blocco prima di scendere
Il lavoro comincia con carta e matita, non con le gru. È un mestiere da archivisti prima ancora che da muratori. Ogni blocco riceve un numero, la sua posizione viene segnata su una pianta, e i tagli seguono per quanto possibile i giunti che c’erano già, cioè le linee dove gli antichi avevano appoggiato una pietra sull’altra. Poi le pietre scendono, vengono caricate, portate al nuovo sito e appoggiate a terra in ordine, come i pezzi di un puzzle rovesciati sul tavolo prima di cominciare.
La parte lenta viene dopo. Rimettere in piedi significa decidere, blocco per blocco, dove stava: e quando un edificio è crollato da molto tempo la risposta non è affatto ovvia. Si lavora sulle fratture che combaciano, sui bordi che si incastrano, sul disegno di un rilievo che continua da una pietra a quella successiva. Chi cammina oggi dentro Kalabsha sta attraversando il risultato di quella lettura, non soltanto di un trasloco.


Il tempio era già finito sott’acqua molto prima
La grande diga è arrivata per ultima. Prima c’era stato uno sbarramento più piccolo, più a valle, e il suo bacino arrivava già fin qui. Il tempio finiva sott’acqua quando l’invaso era pieno e riemergeva quando l’acqua veniva rilasciata. Un ciclo così, ripetuto stagione dopo stagione, non lascia la pietra come l’ha trovata: l’acqua entra, porta sali disciolti, li deposita evaporando, e i sali fanno saltare la superficie. Cioè proprio lo strato sottile dove sta il rilievo.
Ecco perché rimontarlo è stato un lavoro difficile: la pietra arrivava al nuovo sito già indebolita in superficie. E si vede ancora oggi, se guardate l’altezza invece della larghezza. In basso i muri sono slavati, lisci, con le figure ridotte a ombre; più in su, dove l’acqua non arrivava, il segno torna netto e profondo. Non è un degrado sparso a caso, è una linea orizzontale. Una volta notata non si riesce più a non vederla.
Come si distinguono le pietre nuove da quelle antiche
Quando in una ricostruzione manca un blocco non lo si inventa. Si mette una pietra nuova, liscia, senza rilievo, perché nessuno la possa scambiare per antica. È una regola del mestiere del restauro, e qui diventa una specie di mappa: seguendo le pietre mute capite che cosa era andato perduto, e quanto.
Poi ci sono gli indizi più piccoli. I tagli moderni sono regolari, netti, fatti con la lama; le rotture antiche sono irregolari, con l’orlo scheggiato e consumato. Nei giunti si intravede a volte materiale di riempimento, che serve a distribuire il peso. E c’è il piano su cui poggia tutto, il basamento: quello è opera recente per intero, perché la collina dove state camminando non aveva mai avuto un tempio sopra.
Sono dettagli minimi e non c’è bisogno di cercarli tutti: bastano due o tre pietre mute per capire il resto.
La parete lasciata a metà
C’è un’altra cosa da cercare, e non ha niente a che fare con lo spostamento. Molte superfici non sono mai state finite. In un punto la scena è completa, incisa a fondo, con i corpi e i segni tutti al loro posto; a pochi passi la stessa parete è liscia, oppure porta soltanto il contorno delle figure appena abbozzato, come un disegno preparatorio rimasto lì. Non è un danno. È un cantiere che a un certo momento si è fermato.
Vale la pena sapere anche a chi era dedicato. Il dio di casa non è uno dei grandi nomi che si incontrano lungo il Nilo: è una divinità nubiana, locale, accolta dentro un’architettura completamente egizia. Il tempio è tardo, costruito quando l’Egitto dei faraoni era finito da un pezzo. Quella mescolanza è il suo argomento vero, forme egizie messe al servizio di un culto di frontiera.

Il malinteso: spostato non vuol dire sollevato intero
Il verbo tradisce. Spostato fa pensare a un armadio in un’altra stanza, a una cosa che resta intera e cambia posto. L’immagine che quasi tutti hanno in testa viene da Abu Simbel: le facce dei colossi segate in blocchi e alzate con le gru. Quella fotografia ha fatto il giro del mondo e si è portata dietro l’idea che salvare un tempio significhi tagliare e sollevare.
Poi c’è l’errore opposto, che ogni tanto si sente dire: che allora si tratti di una copia. Non lo è. Le pietre sono quelle, i rilievi sono quelli, la mano che li ha incisi è antica. Moderni sono l’ordine in cui stanno e il terreno sotto. Tenere insieme le due cose, materia antica e montaggio recente, è esattamente il modo giusto di guardarlo: non toglie niente al tempio, rende visibile un passaggio che altrove resta nascosto.

Le croci sui muri e le firme di chi è passato
Un tempio nubiano non ha smesso di esistere quando è finito il culto per cui era stato costruito. Dopo sono arrivati i cristiani, e la Nubia è stata cristiana a lungo: cercate le croci incise nella pietra, le nicchie ricavate dentro superfici che servivano ad altro, i punti dove una figura è stata cancellata di proposito. Sono interventi fatti da qualcuno che quel muro lo usava davvero, non da vandali di passaggio.
Poi ci sono le iscrizioni lasciate da chi è arrivato fin qui, e fra queste una in greco dovuta a un sovrano nubiano. È uno dei motivi per cui questo edificio interessa gli studiosi della regione molto più di quanto la sua fama turistica lasci immaginare. Cercatele all’altezza degli occhi, perché è lì che si scrive quando si vuole essere letti.

Gli altri templi salvati, chi è rimasto e chi è partito
Sulla stessa altura è stato rimontato anche un monumento che poneva un problema tecnico completamente diverso: era scavato nella roccia, non costruito a blocchi. Come si sposta una parete che coincide con la montagna? Si stacca la pelle decorata, tagliandola in lastre sottili, e la si rimonta contro un supporto costruito apposta. Il risultato è un tempio che sembra ancora incassato nella roccia, mentre la roccia intorno è stata costruita.
La campagna di salvataggio ha prodotto soluzioni diverse per problemi diversi. Abu Simbel è stato ricostruito dentro una collina artificiale. Philae è stata rimontata su un’isola vicina, risagomata perché assomigliasse a quella originale. Kalabsha è stato portato in alto, pezzo per pezzo.
E qualche tempio della Nubia non è rimasto in Egitto: alcuni furono donati ai paesi che avevano contribuito, e oggi si visitano a New York, a Madrid e, per chi legge dall’Italia, a Torino. Vedere uno di quei templi dentro un museo europeo e poi ritrovarsi qui, sull’altura, è il modo più rapido per capire che cosa è successo davvero a questa valle.
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Dall’altura si capisce che cosa è finito sotto
Il tempio sta su un rialzo, e la parte che resta addosso non è dentro le sale: è il momento in cui ci si volta e si guarda l’acqua dall’alto. Da lassù il lago occupa tutto, in ogni direzione, e smette di somigliare a un fiume. Non lo è: è un bacino, e sotto quella superficie ci sono i villaggi, i palmeti, le rive coltivate e i monumenti che nessuno ha fatto in tempo a smontare. Finché la si legge su una didascalia, la storia del salvataggio nubiano resta un fatto tecnico; qui davanti diventa un paesaggio, e si capisce perché quella campagna abbia mobilitato mezzo mondo. Conviene quindi arrivarci dopo aver visto un altro dei templi spostati, per esempio le croci incise sulle pareti di Philae: con quel confronto in testa l’altura di Kalabsha chiude il discorso invece di aprirlo. Il resto della giornata si costruisce intorno, e la scelta delle tappe sta in che cosa vedere ad Assuan in una giornata.
Domande frequenti sul tempio di Kalabsha
Dove si trova il tempio di Kalabsha?
Su un’altura in riva al Lago Nasser, poco a sud della Diga Alta di Assuan. Non è il suo posto originale: stava una cinquantina di chilometri più a sud, nella Nubia che il lago avrebbe sommerso.
Chi ha spostato il tempio di Kalabsha?
Una missione della Germania Ovest, fra il 1961 e il 1963: il tempio fu smontato in circa 13.000 blocchi e rimontato dove si trova oggi. In segno di riconoscenza l’Egitto donò alla Germania una porta del tempio, che oggi si trova a Berlino.
A quale dio è dedicato il tempio di Kalabsha?
A Mandulis, una divinità solare nubiana. Fu costruito in epoca romana, sotto Augusto, ed è il più grande tempio in muratura della Nubia egiziana: Abu Simbel è più grande, ma è scavato nella roccia.
Perché il tempio di Kalabsha è stato spostato?
Per la stessa ragione di Abu Simbel: la diga di Assuan stava creando un lago che avrebbe sommerso tutta la valle. Kalabsha era il tempio più grande fra quelli a rischio dopo Abu Simbel, ed è stato smontato e ricostruito su un’altura vicino alla diga.
Come ci si arriva?
In barca. Il tempio sta su una penisola rocciosa raggiungibile solo dall’acqua, e la traversata è breve. È proprio questo passaggio in più a tenere lontani i gruppi.
Vale la pena, se ho già visto Abu Simbel?
Se cercate altri colossi, no. Se vi interessa vedere un tempio grande **senza nessuno dentro**, sì: qui si cammina fra le colonne da soli, cosa che nel resto dell’Egitto non succede quasi mai.
Che cosa si vede oltre al tempio?
Sulla stessa altura sono stati rimontati anche altri monumenti salvati dalla diga, così la visita raccoglie in un punto solo diversi edifici che venivano da luoghi lontani fra loro.
Quanto tempo serve?
Un’ora e mezza circa, compresa la barca. Si incastra bene in una mattinata ad Assuan, prima o dopo gli altri siti sull’acqua.
Altre domande frequenti
Il tempio che si visita è autentico o è una ricostruzione?
Le due cose insieme, e non è una contraddizione. Le pietre e i rilievi sono antichi, il montaggio e il terreno sono moderni. Nessun blocco decorato è stato rifatto: dove mancava qualcosa è stata messa pietra nuova e liscia, riconoscibile a vista proprio perché non porta alcun segno.
Perché i muri in basso sono così rovinati e in alto no?
Perché la parte bassa è rimasta a lungo sotto il livello dell’invaso, stagione dopo stagione, già prima della grande diga. L’acqua ha portato sali dentro la pietra e i sali, evaporando, hanno fatto saltare la superficie incisa. Il risultato è una linea orizzontale abbastanza netta fra la fascia slavata e quella rimasta leggibile.
Si possono vedere in Italia dei monumenti nubiani salvati?
Sì. Alcuni templi della stessa campagna furono donati ai paesi che avevano contribuito, e uno si trova a Torino, dentro un museo. Chi lo ha già visto arriva a Kalabsha con un vantaggio: sa che cosa sta guardando e perché si trova dove si trova.
L’ingresso al tempio è compreso?
Dipende dalla formula. Le giornate organizzate a più tappe comprendono gli ingressi previsti dal programma, mentre la visita a un singolo monumento è pensata come servizio a sé e gli ingressi restano a parte. Conviene chiarirlo per la formula che vi interessa, così non ci sono sorprese al cancello.
Volete Kalabsha, con la barca organizzata e il tempio tutto per voi? Diteci le date: lo aggiungiamo alla vostra giornata ad Assuan con una guida egittologa di lingua italiana.


