
Il tempio di Hatshepsut, che sembra di un altro secolo
Davanti a Deir el-Bahari quasi tutti dicono la stessa cosa: sembra moderno. Poi si guardano meglio le pareti e si notano le sagome vuote: il nome di chi lo costruì è stato cancellato di proposito.
In breve
- Dove si trova: a Deir el-Bahari, sulla riva ovest di Luxor, a pochi minuti dalla Valle dei Re.
- Chi era Hatshepsut: una donna che governò l’Egitto come re, con gli attributi del faraone.
- Perché sembra moderno: terrazze sovrapposte, colonnati regolari e lunghe linee orizzontali.
- Il nome cancellato: dopo la sua morte nome e immagini furono scalpellati: le sagome vuote si vedono ancora.
- Quanto tempo: circa un’ora; sulle terrazze non c’è ombra, meglio arrivare presto.
La visita organizzata: escursione al tempio di Hatshepsut.
La reazione di tutti: «sembra moderno»
Chi arriva davanti a Deir el-Bahari dice quasi sempre la stessa cosa. Fra templi coperti di colonne massicce e piloni inclinati, questo edificio ha lunghe linee orizzontali, colonnati regolari e terrazze sovrapposte: a un occhio di oggi somiglia più all’architettura del Novecento che all’Egitto dei faraoni. Le statue seguono regole loro, e bastano due domande per leggerle: come si guarda una statua egizia.
Non è un’impressione sbagliata, ed è la ragione per cui vale la pena arrivarci sapendo che cosa si sta guardando: il tempio è appoggiato contro una parete di roccia che lo domina, e il progetto usa quella parete come sfondo. L’effetto è deliberato.
Costruito per una donna che regnava come re
Hatshepsut non fu una regina accanto a un faraone: governò come faraone. Nelle immagini ufficiali porta gli attributi del re, perché era quello il ruolo, e la lingua formale dell’epoca non aveva un altro modo di dirlo.
Il tempio è la dichiarazione più grande che abbia lasciato: non nascosto in un vallone come le tombe della Valle dei Re, ma frontale, visibile da lontano, costruito per essere guardato.
Le lacune sulle pareti non sono danni del tempo
Dopo la sua morte il nome e le immagini di Hatshepsut furono scalpellati via da molte superfici. Chi cammina lungo i portici vede sagome vuote, riquadri lisci, figure interrotte: sembrano rovina, e invece sono cancellazioni volute.
È il dettaglio che cambia la visita. Sapendolo, si smette di guardare un bell’edificio e si comincia a leggere una discussione politica incisa nella pietra. Per orientarsi fra le figure senza conoscere i geroglifici, il metodo è in come si legge la parete di un tempio.


Come inserirlo nella riva ovest
Va fatto presto: sulle terrazze non c’è ombra e il sole diventa faticoso in fretta. Un’ora basta, e si abbina naturalmente alla Valle dei Re e a Deir el-Medina, il villaggio degli operai che lavorarono anche qui.
Le distanze reali sono in quanto tempo serve per spostarsi a Luxor, la logica delle due sponde in riva est e riva ovest. La visita a sé è il tempio di Hatshepsut.
Pilastri squadrati al posto delle colonne a forma di pianta
Nella maggior parte dei templi egizi il sostegno imita una pianta: fasci di papiro, boccioli di loto, capitelli che si aprono verso l’alto. A Deir el-Bahari no. Qui il pilastro è squadrato, in certi punti con le facce scanalate, e sopra corre un architrave dritto. Niente si gonfia, niente si allarga. L’occhio di oggi legge quella fila di elementi identici come un modulo ripetuto, e il modulo ripetuto è il vocabolario che oggi associamo al Novecento.
C’è poi una ragione meno romantica. Buona parte di ciò che sta in piedi è stata rimessa su in epoca moderna, blocco per blocco, con i pezzi raccolti ai piedi della parete di roccia. Un muro ricomposto ha spigoli più netti di un muro rimasto esposto per millenni. Guardando un colonnato di taglio si notano differenze di tono e di grana fra un blocco e l’altro: una fetta di quell’aria moderna è, alla lettera, lavoro recente.
Accanto ce n’era già uno a terrazze
Le terrazze non sono un’invenzione di Hatshepsut. Nello stesso anfiteatro di roccia, a fianco, ci sono i resti di un tempio molto più antico, quello di Mentuhotep, costruito con la stessa idea di ripiani sovrapposti. Oggi ne restano una piattaforma e monconi di pilastri, e quasi tutti ci passano davanti senza guardarlo.
Vederlo cambia la lettura dell’edificio grande. Non è un oggetto piovuto dal cielo contro la montagna: è la risposta a un vicino che c’era già, ripreso e portato a una scala superiore. Dalla terrazza superiore lo si vede per intero, ed è il punto migliore per accorgersi di quanto la pianta dell’uno somigli a quella dell’altro.
Pensato per essere visto dall’altra riva
Il tempio non era un monumento a sé. Faceva parte di un percorso: una processione partiva dal grande santuario di Karnak, attraversava il fiume e saliva fin qui. Da questo dipende il fatto che si apra verso il fiume invece di chiudersi dietro un pilone come fanno quasi tutti gli altri.
Ecco perché le rampe stanno su un asse unico e dritto. Non è una facciata pensata per la fotografia, è un tracciato pensato per essere percorso: si sale nell’ordine in cui saliva il corteo, e ogni ripiano funziona come una soglia. Dietro la parete di roccia, dall’altro lato della stessa montagna, c’è la Valle dei Re: il tempio davanti visibile a tutti, la sepoltura dietro nascosta.
Le due storie lunghe del portico intermedio
Sulla terrazza di mezzo, ai due lati della rampa, i portici portano due racconti per immagini. Conviene fermarsi invece di puntare dritti in cima: è la parte del tempio che si legge come una pagina.
Uno dei due segue una spedizione via mare verso Punt: barche caricate, pesci disegnati sotto gli scafi, alberi da incenso trasportati in ceste appese alle stanghe. L’altro racconta la nascita di Hatshepsut come decisione degli dèi. Tradotto: un argomento di legittimità messo in figure.
E qui viene il collegamento che quasi nessuno fa. Davanti alla terrazza bassa, nel terreno aperto, sono state ritrovate le buche in cui erano stati piantati degli alberi. Gli alberi scolpiti sulla parete e le buche nel terreno raccontano la stessa cosa, dentro e fuori dall’edificio.
Come si riconosce una cancellazione da vicino
La prima spia è la superficie. Una cancellazione lascia una zona ruvida e picchiettata dentro un campo per il resto liscio, e spesso conserva il contorno netto della figura tolta. L’erosione lavora al contrario: consuma tutto in modo uniforme e non ritaglia una sagoma sola.
La seconda spia è la logica della scena. Un dio siede e riceve un’offerta, il tavolo con i doni è al suo posto, il testo intorno è intatto, e manca soltanto chi porgeva. Quando in un quadro sparisce esattamente un personaggio e nient’altro, non è il tempo.
Vale anche per le statue. Quelle in piedi addossate ai pilastri furono abbattute e ridotte in pezzi; molti frammenti sono stati recuperati e rimontati, e da vicino si vedono le linee di frattura che attraversano un volto o una spalla.

Sulle stesse pareti ci sono cancellazioni di due epoche diverse
Non tutte le lacune hanno lo stesso autore. Alcune colpiscono Hatshepsut. Altre colpiscono il dio Amon, il cui nome fu tolto in tutto l’Egitto durante una rottura religiosa arrivata molto dopo, e poi reinciso quando quella parentesi si chiuse.
Distinguerle è più facile di quanto sembri. La cancellazione del dio è piccola e ostinata: colpisce sempre lo stesso gruppetto di segni, ovunque compaia, perfino dentro i nomi di persona. Quella della sovrana toglie una figura intera o un cartiglio intero.
E il ripristino si vede. I segni rifatti stanno dentro una conca scavata nella pietra, restano un po’ più bassi del piano intorno e hanno un tratto meno sicuro. Una volta notato, lo si ritrova su mezza parete.

La storia della vendetta personale convince poco
La versione che circola è semplice: il figliastro la odiava e appena morta la raschiò via dai muri. Funziona perché è umana, e perché l’idea di un nome tolto dalla pietra suggerisce subito rancore.
Il problema è il momento. Le cancellazioni non sembrano partite subito dopo la sua morte, ma molto più avanti, quando lui regnava da solo da un pezzo. La rabbia raramente aspetta così tanto.
E poi sono selettive: dove l’immagine non si vedeva o non serviva a nulla toglierla, spesso è rimasta. Un intervento fatto per sistemare la linea di successione, in modo che passasse da padre a figlio senza un’interruzione femminile, spiega meglio sia i tempi sia le eccezioni.

Dove il colore è sopravvissuto, e perché proprio lì
All’aperto il calcare è sbiancato e la pittura se n’è andata. Nei vani riparati no: nelle cappelle laterali, al coperto, il colore tiene ancora su fondi e figure, e il salto rispetto all’esterno sorprende chiunque entri. In una di queste cappelle i sostegni non sono pilastri squadrati ma capitelli con un volto e due orecchie da vacca, il segno della dea Hathor: ed è lì che la regola geometrica dell’edificio viene sospesa.
Un’ultima cosa sulla luce. Nelle ore centrali la luce piena appiattisce tutto e le terrazze si confondono con la roccia dietro, che ha lo stesso colore. Con la luce bassa i piani si separano e i rilievi tornano leggibili: arrivare presto cambia la visita anche per questo, non solo per il caldo.
Dietro quella parete di roccia c’è la Valle dei Re
La falesia che chiude il tempio non è soltanto uno sfondo scenografico. Dall’altra parte del crinale, a poca distanza in linea d’aria, si apre la Valle dei Re con le tombe dei faraoni: è la stessa montagna, vista dai due lati opposti. Gli operai che scavavano quelle tombe passavano sopra, lungo sentieri che salgono e ridiscendono, mentre chi visita oggi gira intorno in macchina e per questo i due luoghi sembrano lontani. Tenerlo a mente aiuta a capire perché il tempio sia stato messo esattamente lì e non trecento metri più in là. Il colpo d’occhio migliore su questa geografia si ha dall’alto, all’alba, quando le terrazze si riconoscono subito fra le pieghe della roccia: il volo in mongolfiera a Luxor serve soprattutto a quello.
Domande frequenti sul tempio di Hatshepsut
Perché il tempio di Hatshepsut sembra moderno?
Per le linee: terrazze sovrapposte, colonnati regolari, lunghe orizzontali e una simmetria quasi geometrica. È un modo di costruire che non somiglia agli altri templi egizi e che a un occhio di oggi ricorda l’architettura del Novecento.
Chi era Hatshepsut?
Una donna che governò l’Egitto come re, non come regina consorte. Nelle raffigurazioni ufficiali compare con gli attributi del faraone, perché quello era il ruolo che ricopriva.
È vero che il suo nome è stato cancellato?
Sì. Dopo la sua morte il nome e le immagini di Hatshepsut furono scalpellati via da molte pareti. Le lacune si vedono ancora: sagome vuote dove c’era una figura. È la cosa più impressionante della visita, e quasi nessuno la fa notare.
Quanto tempo serve?
Circa un’ora. Non c’è ombra sulle terrazze, quindi conviene arrivarci presto: è una delle visite che il caldo rende sgradevoli più in fretta.
Si abbina alla Valle dei Re?
Sì, sono a pochi minuti l’una dall’altra e si fanno nella stessa mattinata. È l’abbinamento più comune della riva ovest.
Altre domande frequenti
Perché il posto si chiama Deir el-Bahari?
Perché è un nome arabo, non antico, e vuol dire in sostanza «il monastero del nord». Molto tempo dopo i faraoni, sulla terrazza superiore fu installato un monastero cristiano, e da quello il sito ha preso il nome con cui lo chiamiamo ancora oggi. Il tempio, quando fu costruito, si chiamava in tutt’altro modo: un nome che si traduce più o meno con «il più sacro dei sacri».
Perché in certi punti, al posto del suo nome, ce n’è un altro?
Perché in diversi casi il cartiglio non fu soltanto svuotato: al suo interno fu inciso il nome di un altro sovrano della stessa famiglia. Chi cancella deve anche riscrivere, altrimenti resta un buco che si nota. Sono i punti più interessanti da osservare da vicino, perché il segno nuovo quasi mai combacia con lo spazio che si trova a occupare.
Quello che si vede oggi è originale o ricostruito?
Tutte e due le cose. Il nucleo è antico, e le parti mancanti sono state integrate con materiale nuovo lasciato volutamente liscio e privo di incisioni, perché non venga scambiato per pietra scolpita. Non è un falso: è il motivo per cui l’edificio si legge così bene, e guardando le superfici da vicino si capisce dove finisce l’antico.
Il biglietto d’ingresso al tempio è compreso?
Dipende dalla formula. Nelle escursioni in giornata l’ingresso ai siti in programma è incluso, mentre le visite a un singolo monumento non comprendono il biglietto. Conviene controllare la pagina della formula che interessa, dove la cosa è indicata, oppure chiedere su WhatsApp prima di partire.
Volete Deir el-Bahari presto la mattina, prima del sole e dei gruppi? Diteci le date: lo mettiamo nella riva ovest con una guida egittologa di lingua italiana.


