Sfinge con testa di ariete a Karnak, con oleandri rosa in fiore davanti al muro del tempio

Karnak, il cantiere durato secoli

Karnak non è un tempio: è quello che molti re hanno costruito uno davanti all’altro, per secoli, senza mai finire. Sapere questo prima di entrare è la differenza fra sentirsi persi e capire dove si sta camminando.

In breve

  • Perché è così grande: molti faraoni hanno aggiunto piloni, cortili e sale per secoli: è una stratificazione, non un edificio solo.
  • A chi è dedicato: ad Amon; le sfingi con la testa di ariete sono il suo animale.
  • Mai finito: il primo pilone è rimasto incompiuto, con i resti della rampa di mattoni crudi.
  • Quanto tempo: almeno due ore per la parte principale.
  • Quando andare: la mattina presto, all’apertura; la sera c’è lo spettacolo di suoni e luci.

La visita organizzata: Karnak e tempio di Luxor in giornata.

Non un tempio, ma secoli di aggiunte

Karnak disorienta perché lo si visita come se fosse un edificio, e non lo è. È un’area sacra a cui molti sovrani hanno aggiunto qualcosa, ognuno davanti al lavoro del precedente: un pilone, un cortile, una sala, un obelisco. Da qui partiva, una volta l’anno, la processione che portava il dio fino a Luxor: la festa di Opet.

Il risultato è che si cammina all’indietro nel tempo: più ci si addentra, più le strutture sono antiche. Sapere questo prima di entrare cambia la visita, perché smette di sembrare un labirinto e comincia a sembrare una sequenza.

Il viale degli arieti

Si arriva fra due file di sfingi con la testa di ariete. L’ariete è l’animale di Amon, il dio del posto, e queste figure non sono decorazione: sono la parte cerimoniale dell’ingresso, la strada che percorrevano le processioni.

È anche il punto in cui si capisce la scala della cosa. Il pilone che sta dietro è il più grande del complesso, e da lì in poi non si smette più di guardare in alto.

La prova che il cantiere non è mai finito

Il primo pilone, il più esterno, non è mai stato completato. Sul lato interno resta parte della rampa di mattoni crudi che serviva a issare i blocchi mano a mano che il muro saliva.

È un dettaglio che quasi nessuna guida indica e che vale una sosta: insieme all’obelisco incompiuto di Assuan è la testimonianza più chiara di come si costruiva, non solo di che cosa si costruiva.

Come inserirlo nella giornata

Karnak è la visita lunga della riva est: almeno due ore, meglio senza fretta e con la luce bassa. Le distanze misurate dagli altri siti sono in quanto tempo serve per spostarsi a Luxor, e la logica delle due rive in riva est e riva ovest.

La visita a sé è il tempio di Karnak; il programma completo è in cosa vedere a Luxor. Per leggere quello che avete davanti invece di limitarvi a guardarlo, il metodo è in come si legge la parete di un tempio.

Perché ogni re costruiva davanti e non dietro

Il santuario, il punto in cui stava il dio, non si poteva spostare. Era il nucleo vecchio del complesso e toccarlo non era un’opzione. Chi voleva lasciare il segno aveva quindi una sola direzione disponibile: avanti, verso il fiume, lungo la linea che le processioni percorrevano già.

Da qui viene la forma del posto. Un pilone nuovo si pianta davanti alla facciata esistente; lo spazio fra il fronte vecchio e quello nuovo diventa un cortile; la facciata di prima, pensata per stare all’aperto, si ritrova al chiuso. Ripetete l’operazione per generazioni e avete Karnak: non un edificio ampliato, ma una fila di ingressi, ognuno costruito per superare il precedente. Il tempio si mangia la propria facciata ogni volta che cresce.

Il pilone di un tempio di Karnak con le sfingi dalla testa d'ariete davanti all'ingresso, nella luce piena del giorno

Come si riconosce una facciata diventata muro interno

È il gioco più utile da fare qui dentro, e non serve saper leggere i geroglifici. Le pareti esterne dei templi egizi hanno due firme: un bordo arrotondato lungo gli spigoli, una specie di grosso cordone di pietra, e in alto una cornice svasata che sporge in fuori. Servivano a chiudere l’edificio verso l’esterno.

Quando trovate quel cordone e quella cornice in mezzo a una sala, fermatevi. State guardando un muro che una volta dava sul cielo, e che qualcuno ha portato al chiuso costruendogli qualcosa davanti.

Gli altri indizi sono dello stesso tipo. Una parete che si interrompe con una linea verticale netta, senza motivo apparente. Blocchi di taglio e colore diversi ai due lati di quella linea. Una porta murata che non porta più da nessuna parte. Un pavimento che sale di un gradino dove un gradino non serviva. Ognuno di questi segni è una giuntura fra due cantieri.

La grande sala e il motivo per cui le colonne non sono uguali

Nella sala grande si entra, si guarda in alto e si smette di ragionare. È un peccato, perché quella sala è un problema tecnico risolto bene. Le colonne non hanno tutte la stessa altezza: quelle della navata centrale sono più alte e il capitello si apre come un papiro sbocciato, quelle laterali restano più basse e il capitello è chiuso a boccio.

Il dislivello non è un capriccio. Fra il soffitto basso dei lati e quello alto del centro si apriva una fascia di parete, e lì stavano finestre di pietra traforata. La luce scendeva dall’alto sul corridoio centrale e lasciava le navate laterali in ombra. Alzate lo sguardo lungo l’asse centrale: qualche traccia di quelle grate si vede ancora.

Poi controllate le pareti. In una parte le figure emergono dal fondo, in un’altra sono scavate dentro la pietra. Sono due tecniche diverse, e il cambio segna il punto in cui un cantiere ha lasciato il posto a quello dopo.

I due assi, e perché ci si perde

Karnak non ha una direzione sola, ne ha due, ed è questa la vera ragione dello smarrimento. Un asse va dal fiume verso l’interno, ed è quello che percorrono quasi tutti. L’altro esce di lato, perpendicolare, passa fra una fila di piloni più stretti e punta a sud, verso il tempio di Luxor.

Chi entra e va sempre dritto vede metà del complesso senza accorgersene. Chi si ferma nel punto in cui i due assi si incrociano capisce il disegno in un colpo solo.

C’è anche un dettaglio che ribalta la prospettiva. Il senso di marcia del visitatore è l’opposto di quello per cui il posto era stato pensato: le processioni uscivano, dal santuario verso il fiume o verso sud, mentre noi entriamo. Stiamo percorrendo all’indietro una strada a senso unico.

La fila di sfingi con testa di ariete del Tempio di Karnak allineate sul loro basamento

I piloni sono cassoni pieni di templi più antichi

Un pilone egizio non è un blocco pieno. Sono due pareti di pietra e, in mezzo, un riempimento di materiale qualsiasi: pietrame, sabbia e blocchi presi da costruzioni che qualcuno aveva deciso di smontare.

Il risultato è un paradosso. Costruire in avanti ha distrutto edifici più antichi e nello stesso momento li ha conservati, chiusi al buio dentro un muro, al riparo da tutto. Quando i piloni sono stati aperti, dal riempimento sono usciti blocchi ancora incisi e ancora colorati, appartenenti a cappelle che nessuno vedeva più. Molti sono stati numerati, studiati e rimontati pezzo per pezzo.

Quelle cappelle rimontate stanno in un recinto a parte, in disparte rispetto al percorso principale: il museo all’aperto. Non rientra automaticamente in ogni visita, quindi conviene chiarirlo prima. È la sezione che rende leggibile tutto il resto, perché lì vedete a portata di sguardo, con il colore ancora addosso, quello che altrove potete solo immaginare.

Le colonne coperte di rilievi della grande sala ipostila di Karnak, con alcuni visitatori in fondo alla navata centrale

Il lago, la punta caduta e lo scarabeo frainteso

Sul lato sud si apre una vasca rettangolare, grande e ordinata: il lago sacro. Aveva un compito preciso. Serviva alle purificazioni dei sacerdoti, che non passavano nell’area più interna senza essersi lavati, e ad alcuni riti che si svolgevano sull’acqua.

Vicino al lago è distesa a terra la parte alta di un obelisco. Vale una sosta, perché è una delle poche occasioni di guardare da vicino la punta di un obelisco: cioè esattamente la parte che, quando l’obelisco è in piedi, nessuno riesce a vedere. Le figure incise lassù erano fatte per il dio e per il sole, non per il pubblico.

Poco lontano, su una base di pietra, sta un grande scarabeo scolpito. Vedrete gente girarci intorno contando i giri: è un’abitudine turistica recente, non un rito antico. Guardatelo per quello che è, un blocco lavorato con cura notevole, e lasciate perdere i giri.

Un obelisco all'interno del complesso di Karnak

Che cosa è successo a Karnak dopo i faraoni

L’idea che tutto si sia fermato con l’ultimo faraone è comoda, ma è sbagliata. Dopo di loro sono arrivati sovrani di lingua greca e poi l’amministrazione romana, e hanno fatto esattamente la stessa cosa: porte nuove, muri nuovi, nomi nuovi incisi su superfici vecchie. Più tardi il complesso è stato in parte abitato e in parte sepolto da sabbia e detriti, con costruzioni addossate fra le colonne.

Quando è cominciato lo sgombero è arrivata un’altra sorpresa. In epoca moderna una parte delle colonne è crollata ed è stata rialzata: se davanti a un fusto i blocchi vi sembrano troppo allineati rispetto al resto, avete probabilmente davanti una colonna rialzata e rimontata dopo un crollo. Karnak non ha mai avuto una data di consegna, e c’è ancora chi ci lavora.

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Che cosa è antico e che cosa è stato rialzato

Una parte di quello che si attraversa a Karnak sta in piedi perché qualcuno, in tempi recenti, l’ha rimessa in piedi. Riconoscerlo non toglie nulla alla visita, aggiunge un livello. Il blocco moderno di solito è liscio, senza incisioni, di un colore appena diverso, e sta dove serve a reggere quelli antichi che gli stanno sopra. Nelle colonne si notano giunti troppo regolari, ogni tanto un elemento metallico, e nei muri riprese di malta che nessun cantiere antico avrebbe fatto in quel modo.

Guardare con questo occhio cambia la passeggiata, perché si smette di chiedersi soltanto che cosa è sopravvissuto e si comincia a vedere che cosa è stato recuperato e in che ordine. Il caso estremo di questo lavoro sta molto più a sud, dove un tempio intero è stato smontato e ricostruito pezzo per pezzo: il tempio di Abu Simbel spostato. Sulla riva ovest di Luxor, invece, il tempio di Hatshepsut che sembra moderno mostra fino a che punto una ricostruzione può ingannare l’occhio di chi arriva senza saperlo.

Domande frequenti su Karnak

Perché Karnak sembra tanti templi in uno?

Perché lo è. Non è stato costruito da un re solo secondo un progetto unico: molti sovrani hanno aggiunto piloni, cortili e sale davanti a quelli dei predecessori, per secoli. Il risultato è una stratificazione, non un edificio.

Che cosa sono le sfingi con la testa di ariete?

Sono criosfingi, e l’ariete è l’animale di Amon, il dio del santuario. Fiancheggiano il viale d’accesso e sono la prima cosa che si incontra arrivando: una guardia d’onore in pietra.

È vero che il tempio non è mai stato finito?

Sì. Il primo pilone, quello più esterno e più grande, è rimasto incompiuto: sul lato interno si vede ancora parte della rampa di mattoni crudi che serviva a portare i blocchi in alto. È una delle poche testimonianze visibili di come si costruiva.

Quanto tempo serve per visitarlo?

Almeno due ore per la parte principale, e si può passare molto di più. È la visita più lunga della riva est: conviene metterla in un momento della giornata in cui non si ha fretta.

Meglio la mattina o il pomeriggio?

Il tardo pomeriggio: la luce bassa entra fra le colonne e il caldo è gestibile. La mattina presto funziona altrettanto bene, ed è più tranquilla.

Altre domande frequenti

Perché nella grande sala le colonne hanno altezze diverse?

Perché quel salto di quota serviva a far entrare la luce. Fra il soffitto delle navate laterali e quello, più alto, della navata di mezzo correva una fascia di finestre in pietra traforata: il corridoio centrale restava illuminato dall’alto e i lati in penombra. Cambiano anche i capitelli: aperti a fiore di papiro al centro, chiusi a boccio ai lati.

A che cosa serviva il lago sacro?

Al lavaggio rituale: i sacerdoti non entravano nella parte interna del tempio senza essersi purificati, e una parte delle cerimonie si svolgeva sull’acqua. Faceva parte del funzionamento quotidiano del santuario come una qualsiasi delle sue stanze. Oggi è anche uno degli angoli più quieti del sito e uno dei pochi punti da cui si riesce a vedere l’insieme da lontano.

Che cos’è il museo all’aperto dentro Karnak?

Un recinto a parte, dentro il sito, dove sono state rimontate cappelle antiche i cui blocchi erano finiti come riempimento dentro piloni costruiti più tardi. Sono strutture piccole, alla portata dello sguardo, con incisioni nitide e tracce di colore. Non tutti gli itinerari lo comprendono, quindi se vi interessa chiedetelo mentre organizzate la giornata.

Karnak e il tempio di Luxor erano collegati?

Sì, ed è il motivo per cui esiste il secondo asse: da quel lato il complesso guardava verso il tempio di Luxor, e i due santuari vanno pensati come le due estremità di un percorso, non come due visite scollegate. Il viale che li univa è stato riportato alla luce, e percorrerlo rende evidente quanto i due santuari fossero legati.

Volete Karnak con il tempo di capirlo invece di attraversarlo? Diteci le date: lo organizziamo con una guida egittologa di lingua italiana.

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