
I Colossi di Memnone, e la statua che cantava
Quasi tutti si fermano ai Colossi di Memnone per cinque minuti e una fotografia. Vale la pena sapere tre cose prima: sono l’ingresso di un tempio che non esiste più, il loro nome è un errore dei visitatori greci, e per secoli si diceva che una delle due cantasse all’alba. Sulle gambe ci sono ancora le firme di chi venne ad ascoltarla.
In breve
- Chi rappresentano: il faraone Amenhotep III, seduto, in due statue gemelle.
- Dove sono: sulla riva ovest di Luxor: segnavano l’ingresso del suo tempio funerario, oggi quasi scomparso.
- Il nome: Memnone è un nome greco, dato dai visitatori che ci videro l’eroe omerico figlio dell’Aurora.
- La statua che cantava: dopo un terremoto all’alba si sentiva un suono; il restauro antico lo ha fatto tacere.
- La visita: pochi minuti, ed è libera: non serve un biglietto.
La riva ovest, sito per sito: riva ovest e riva est di Luxor.
Due statue senza il loro tempio
La prima cosa che colpisce è il contesto: due statue colossali sedute in mezzo ai campi, apparentemente senza ragione. La ragione c’era. Segnavano l’ingresso del tempio funerario di Amenhotep III, un complesso vastissimo di cui oggi resta quasi nulla.
Quello che vedete, insomma, è una porta senza edificio. Tenerlo a mente cambia la sosta: non sono due monumenti isolati, sono l’ultimo pezzo in piedi di qualcosa di molto più grande.
Il nome sbagliato che è rimasto
Memnone non ha niente a che vedere con Amenhotep. Furono i visitatori greci a identificare la figura seduta con Memnone, l’eroe omerico figlio dell’Aurora, e il nome è rimasto attaccato alle statue per sempre.
È un dettaglio che dice molto: già in epoca greca e romana questo era un luogo da visitare, con le sue guide, le sue storie e i suoi malintesi.


La statua che cantava all’alba
Qui c’è la storia che rende i Colossi diversi da qualsiasi altra tappa della riva ovest. Dopo un terremoto che danneggiò la statua settentrionale, i visitatori antichi riferirono un suono che si udiva all’alba, e cominciarono ad arrivare proprio per sentirlo. Il fenomeno cessò dopo un restauro di epoca romana.
Lo raccontiamo come lo raccontavano loro, perché è quello che le fonti riportano. La cosa verificabile, e visibile ancora oggi, è l’effetto che aveva sul pubblico: sulle gambe e sui basamenti restano le iscrizioni dei viaggiatori greci e romani, alcuni dei quali annotarono se il suono lo avevano sentito o no.
Una sosta di cinque minuti che vale la pena capire
I Colossi stanno sulla strada che porta ai grandi siti della riva ovest, quindi la sosta costa pochissimo tempo: si scende, si guarda, si riparte. È esattamente per questo che quasi tutti li liquidano con una fotografia.
Sapendo che sono l’ingresso di un tempio scomparso, che il nome è un errore greco e che sopra ci sono i graffiti di turisti di duemila anni fa, quei cinque minuti diventano un’altra cosa. Si abbinano al tempio di Hatshepsut, alla Valle dei Re e a Deir el-Medina: il quadro completo è in riva est e riva ovest e nelle escursioni da Luxor, oppure ve la costruiamo come viaggio su misura.
Perché una pietra spaccata può mettersi a suonare
La cronaca del suono si trova ovunque. La spiegazione quasi mai, ed è un peccato, perché non richiede niente di soprannaturale: basta una pietra rotta. Il terremoto non si limitò ad abbattere la parte alta di una delle due statue: aprì fessure e mise a nudo superfici interne e porose.
Da lì in poi, ogni notte la pietra si raffredda e l’umidità entra nelle crepe. All’alba il sole colpisce di fronte una massa ancora fredda: la superficie si scalda molto prima del cuore del blocco, il materiale si dilata in modo disuguale e l’acqua intrappolata evapora di colpo. Scaglie sottili si staccano, le fratture scorrono l’una sull’altra, e quello che si sente è una nota secca e breve, sempre nello stesso momento della giornata. È un’ipotesi, non una certezza, ma tiene insieme i due dettagli che le fonti ripetono: accadeva solo all’alba, e solo su quella statua.
E spiega la fine. Per rimettere in piedi il busto furono chiuse le fessure e sovrapposti blocchi nuovi. Le superfici che si sfaldavano non c’erano più, le cavità erano piene. Chi restaurò la statua non voleva farla tacere. La fece tacere lo stesso.
Guardano verso il punto in cui nasce il sole
Le due figure guardano a est, verso il fiume. Non è una scelta estetica: il tempio funerario stava alle loro spalle, verso ovest, e i colossi ne segnavano la fronte. Da qui discendono tre cose che si notano sul posto.
La prima: arrivando dalla strada vi trovate davanti a loro, cioè più o meno nella posizione di chi arrivava al tempio. Non state guardando due statue da fuori, state entrando da una porta. La seconda: il nome greco non è un capriccio. Una figura colossale che fissa il punto in cui nasce il sole e che, a quanto si raccontava, emetteva un suono proprio quando il sole compariva, per un visitatore greco diventava quasi naturalmente il figlio dell’Aurora. L’identificazione è sbagliata, ma non è stupida.
La terza è pratica. Nelle prime ore la luce prende i due volti di fronte e li apre; più tardi passa dietro, i volti si chiudono in ombra e le fotografie vengono in controluce. Non riguarda solo chi fotografa: cambia quanto riuscite a vedere delle superfici.
Il restauro antico si vede ancora a occhio nudo
Le due statue si somigliano da lontano, ma non sono uguali. Una si legge come una massa sola, dai piedi alle spalle. L’altra, sopra la vita, è fatta di blocchi sovrapposti: si vedono le linee orizzontali dei giunti attraversare il torso, e la tonalità non è esattamente quella della metà inferiore.
Quello è il restauro di cui parlano le fonti, ancora lì da guardare. Non serve sapere in anticipo quale delle due sia: la differenza si dichiara da sola e, una volta notata, non si riesce più a ignorarla. Vale su tutti i siti egizi: l’erosione non produce linee dritte. Quando in una pietra antica vedete una riga netta e regolare, quasi sempre è passata una mano.
Le figure accanto alle gambe non sono piccole
In mezzo a un campo aperto non c’è niente con cui confrontare le dimensioni, e l’occhio le riduce; la fotografia peggiora le cose. Quasi tutte le persone se ne vanno convinte che siano più piccole di quanto non siano.
Due correttivi funzionano bene. Il primo è aspettare che qualcuno si avvicini alla base e guardare di nuovo. Il secondo è cercare le figure scolpite accanto alle gambe, quelle femminili della famiglia reale: sembrano un dettaglio decorativo e sono statue notevoli per conto loro. Guardate anche i fianchi del trono, dove ricorre il motivo delle due terre allacciate. Giratevi intorno alle basi, per quanto lo spazio lo consente: sono blocchi lavorati su ogni faccia.

Perché il tempio è sparito e le due statue no
Il tempio non è sparito perché fosse costruito male. È sparito per dove stava. Sorgeva sulla piana bassa, quella che il fiume raggiungeva ogni anno prima delle dighe moderne, e acqua e sali lavorano le fondazioni e sciolgono il mattone crudo. Un tempio abbandonato, poi, diventa una cava comoda: blocchi già tagliati e squadrati che altri cantieri vengono a prendersi.
Resta in piedi ciò che nessuno poteva portare via e nessuno poteva riusare. I colossi sono ricavati da una pietra dura e compatta, lavorata in masse enormi: troppo grandi per essere spostati, troppo duri da ritagliare in qualcos’altro. La dimensione che li rende impressionanti è anche il motivo per cui sono ancora lì.
Il campo alle loro spalle, del resto, non è terreno vuoto: è un’area archeologica in cui si continua a lavorare, con frammenti recuperati e altre figure rialzate che si distinguono in fondo. Voltatevi e guardate oltre le due statue.

La stessa chiave apre il resto della riva ovest
Capito il meccanismo, si legge tutta la riva ovest con la stessa chiave: più ci si allontana dal fiume e ci si avvicina al deserto e alla roccia, più le cose sopravvivono.
Il tempio di Hatshepsut è scavato contro la parete della montagna, e la montagna lo tiene su. Medinet Habu sta al margine desertico e in epoca successiva fu abitato, il che paradossalmente ha conservato le mura. Il Ramesseum, in piano, ha perso molto e conserva il proprio colosso spezzato, disteso a terra.
Il Ramesseum è il complemento perfetto ai Colossi: qui alzate gli occhi e perdete la misura, là il colosso è a terra e potete camminare accanto a una spalla o a un piede. Due modi di capire la stessa cosa, che funzionano meglio insieme.

Che cosa raccontano davvero le firme sulle gambe
Le iscrizioni non servono solo a dimostrare che qualcuno è passato di qui. Lette come comportamento, raccontano parecchio. Stanno in basso, sulle gambe e sui basamenti, all’altezza di un braccio: si scriveva dove si arrivava, quindi il pubblico stava proprio ai piedi delle statue, non a distanza.
Alcuni annotano di aver sentito il suono. Altri annotano di non averlo sentito, ed è una cosa curiosa da scrivere, a meno di aver viaggiato apposta e voler mettere a verbale la delusione. Qualcuno torna una seconda volta. Qualcuno firma con la propria carica, segno che la visita andava registrata. Qualcuno scrive in versi.
Messo insieme, è il ritratto di una pratica organizzata: arrivare prima della luce, aspettare al buio, sperare. Chi oggi punta la sveglia per l’alba sulla riva ovest sta ripetendo, senza saperlo, lo stesso gesto di chi ha lasciato quelle firme.
Domande frequenti sui Colossi di Memnone
Chi rappresentano i Colossi di Memnone?
Il faraone Amenhotep III, seduto, in due statue gemelle. Segnavano l’ingresso del suo tempio funerario, che era enorme e di cui oggi non resta quasi niente: per questo le due statue sembrano piantate in mezzo ai campi senza un motivo apparente.
Perché si chiamano Memnone se raffigurano Amenhotep?
È un nome dato dai visitatori greci, che identificarono la figura con Memnone, l’eroe omerico figlio dell’Aurora. Il nome è rimasto, anche se con il personaggio egizio non ha nulla a che fare.
È vero che una delle statue cantava?
È quello che raccontavano i visitatori antichi. Dopo un terremoto che danneggiò la statua settentrionale, molte fonti riferiscono un suono che si udiva all’alba, e proprio per sentirlo greci e romani arrivavano fin qui. Il fenomeno cessò dopo un restauro di epoca romana.
Si vedono le iscrizioni dei visitatori antichi?
Sì, e sono la parte più sorprendente: sulle gambe e sui basamenti ci sono iscrizioni lasciate da viaggiatori greci e romani, alcuni dei quali annotarono di aver sentito o non sentito il suono. È turismo antico documentato sulla pietra.
Quanto tempo serve per vederli?
Pochi minuti: si trovano sulla strada della riva ovest e la sosta è breve, quindi si inseriscono in qualsiasi programma. Sapere che cosa sono cambia però completamente la sosta, che altrimenti si riduce a una fotografia.
Altre domande frequenti
Perché oggi non si sente più nessun suono?
Perché il restauro antico ha chiuso le fessure e rimontato la parte alta della statua con blocchi nuovi. L’ipotesi più solida è che il suono nascesse proprio dalla pietra spaccata: raffreddata durante la notte e scaldata di colpo dal primo sole, si dilatava in modo disuguale, e l’umidità entrata nelle crepe evaporava facendo staccare scaglie sottili. Rimarginate le fratture, il meccanismo non aveva più modo di funzionare.
Come si capisce quale delle due statue fu ricostruita?
A occhio, senza saperlo in anticipo. Una delle due, sopra la vita, mostra file di blocchi sovrapposti con giunti orizzontali ben visibili sul torso e una tonalità leggermente diversa rispetto alla metà inferiore. L’altra si legge come un blocco unico. L’erosione non produce linee dritte e regolari: quando le vedete, davanti avete un intervento umano.
Che cosa c’è dietro i Colossi?
L’area del tempio funerario di Amenhotep, di cui in superficie resta pochissimo. Gli scavi però vanno avanti, e in fondo si intravede qualche pezzo già rimesso in piedi. Quasi nessuno si volta: e invece l’edificio stava proprio lì.
Perché dal vivo sembrano meno imponenti del previsto?
Perché intorno non c’è niente che dia la misura. In un campo aperto, senza edifici né colonne vicine, l’occhio non ha termini di paragone e rimpicciolisce tutto, e la fotografia accentua l’effetto. Serve un termine di paragone: aspettate che qualcuno passi vicino ai piedi, oppure fermatevi sulle figure scolpite lungo le gambe, che sembrano un ornamento e reggono benissimo lo sguardo da sole.
Vi organizziamo la riva ovest con una guida egittologa di lingua italiana, che davanti ai Colossi ha qualcosa da raccontare: scriveteci le vostre date.



