
Deir el-Medina, il villaggio degli operai della Valle dei Re
A pochi minuti dalla Valle dei Re c’è un posto che quasi nessun itinerario include, e che racconta una cosa che nessun tempio racconta: dove viveva chi quelle tombe le ha scavate. Le case sono ancora in piedi fino alla vita, e di quelle famiglie sappiamo nomi, mestieri e litigi.
In breve
- Chi ci viveva: gli operai e gli artisti delle tombe reali, con le famiglie: artigiani pagati, non schiavi.
- Che cosa si vede: la strada centrale e le case, con i muri all’altezza della vita, e le loro tombe dipinte.
- Perché li conosciamo: scrivevano moltissimo su schegge di calcare e cocci: liste di lavoro, lettere, conti.
- Il primo sciopero: sotto Ramesse III, per le razioni in ritardo, e fu messo per iscritto.
- Con chi abbinarlo: Medinet Habu, poco lontano.
A pochi minuti: Medinet Habu; la mappa delle due rive: riva ovest e riva est di Luxor.
Un villaggio, non un tempio
In Egitto restano quasi sempre in piedi le stesse cose: templi, tombe, monumenti di pietra. Le case in cui la gente viveva erano di mattoni crudi e sono sparite quasi ovunque. Deir el-Medina è l’eccezione, ed è per questo che vale la deviazione. A pochi minuti da qui c’è l’altra metà della storia, il tempio che quegli operai vedevano crescere: Medinet Habu. Le tombe che quegli operai scavavano per i funzionari si visitano ancora: le Tombe dei Nobili.
Qui si cammina lungo la strada centrale con le abitazioni allineate ai due lati e i muri ancora alti fino alla vita. Si vede la pianta di ogni casa, l’ingresso, le stanze sul retro. Non è un modello ricostruito: è il posto dove hanno abitato per generazioni le stesse famiglie.
Chi erano davvero
Erano gli operai e gli artisti che scavavano e decoravano le tombe reali della Valle dei Re e della Valle delle Regine. Vivevano qui perché il villaggio era vicino al lavoro e abbastanza isolato da tenere riservato quello che stavano facendo.
E non erano schiavi. Erano artigiani specializzati, pagati in razioni, organizzati in squadre con capisquadra, turni e giorni liberi. È una correzione che vale la pena fare, perché l’immagine dello schiavo che trascina blocchi è dura a morire e non corrisponde a quello che si sa di questa gente.
Li conosciamo per nome, e conosciamo i loro guai
La cosa straordinaria di Deir el-Medina non è la pietra: è la carta, o meglio quello che usavano al posto della carta. Scrivevano su schegge di calcare e cocci di vasellame, e ne è sopravvissuta una quantità enorme.
Ci sono liste di presenze con il motivo dell’assenza, conti, prestiti, lettere, liti fra vicini, cause private. Il risultato è che di questi operai sappiamo la vita quotidiana meglio che di parecchi faraoni. E c’è l’episodio più famoso: sotto Ramesse III le razioni tardarono e gli uomini incrociarono le braccia, un fatto messo per iscritto e comunemente indicato come il primo sciopero documentato.


Le loro tombe, e come incastrarlo nella giornata
Gli stessi uomini che decoravano le tombe dei re decorarono anche le proprie, e lo fecero con una cura che sorprende: ambienti piccoli, soffitti bassi, e colori vivissimi. Chi ha imparato a leggere le pareti qui trova materiale di prima qualità in pochi metri quadrati.
Il sito sta sulla riva ovest, vicino a Medinet Habu e alla Valle delle Regine, quindi si aggiunge bene a una mattinata già programmata: vedete le escursioni da Luxor e riva est e riva ovest. È esattamente il tipo di tappa che trovate qui: i templi che quasi nessuno visita, o ve lo mettiamo in un viaggio su misura.
Perché qui i muri di fango sono ancora in piedi
I villaggi antichi in Egitto sono spariti quasi tutti, e non per caso. Stavano sulla terra buona, quella che il fiume inondava, la stessa che ancora si coltiva: un abitato finisce sotto un campo, un canale o un paese moderno. Il mattone crudo, con l’umidità, si scioglie e torna fango. E quel fango, per secoli, è stato scavato e portato via a carrettate perché concimava bene.
Qui non è successo niente di tutto questo. Il villaggio sta in una conca asciutta ai piedi della montagna, sopra il limite della coltivazione, dove l’acqua non arriva e dove non è mai convenuto a nessuno costruirci sopra. Il rovescio della medaglia è che si è salvato solo ciò che era di terra e stava in basso: tetti, porte e solai di legno non ci sono più. Quello che resta si legge come una pianta.
La pianta si ripete, e si impara in due case
Le abitazioni non sono identiche, ma la sequenza sì, e appena la si riconosce ogni casa si legge a colpo d’occhio. Dalla strada si entra in un primo ambiente, poi si passa alla stanza principale, più ampia, e da lì si va verso il fondo, dove stavano i vani di servizio e una cucina scoperta. Sotto il pavimento, in diverse case, c’è una cantina scavata, e una scala portava al tetto, che era una stanza in più a tutti gli effetti.
Nella stanza principale cercate due dettagli: la base circolare di pietra al centro, dove appoggiava la colonna che reggeva il soffitto, e la piattaforma bassa lungo una parete. Nel primo ambiente, invece, in parecchie case c’è una struttura murata e rialzata a cui si sale con qualche gradino. A che cosa servisse non è chiaro: luogo del parto e dei giorni successivi, altare domestico, spazio legato agli antenati. La discussione è ancora aperta, e riconoscerne la forma è già molto.
Dove pregavano davvero gli operai
Dentro il recinto c’è un piccolo tempio di pietra ben conservato, ed è la prima cosa che quasi tutti fotografano: è anche la costruzione più recente del posto, molto posteriore alle case. I monaci copti che in seguito lo occuparono hanno lasciato il nome arabo con cui lo chiamiamo ancora oggi.
I luoghi di culto degli operai stanno altrove, sul pendio sopra le case: cappelle piccole, tirate su dalla comunità per sé. L’equivoco resiste perché il tempio è al centro, è di pietra ed è intero, mentre le cappelle sembrano sassi in salita. Correggere l’occhio su questo punto vale metà della visita: il sacro di questa gente è la roba minuta sul fianco della collina, non l’edificio in mezzo al recinto.
L’archivio era scarto di cantiere
Scrivevano su schegge di calcare perché il loro mestiere produceva schegge di calcare a sacchi. Scavare una tomba vuol dire staccare pietra, e ogni pezzo piatto è una superficie da scrittura gratis. Il papiro costava e si teneva per le cose serie; sulla scheggia finivano il conto, il motivo dell’assenza, lo schizzo. Molte portano disegni: prove di mano, profili ripetuti, qualche caricatura riuscita.
Conviene sapere anche da dove viene gran parte di questo materiale: da un grande pozzo scavato accanto al villaggio, che era in sostanza una discarica. Sopravvive cioè quello che è stato buttato, e chi butta un documento butta soprattutto i guai: liti, debiti, lamentele, conti aperti. Nessuno mette per iscritto una settimana tranquilla. È un archivio spettacolare, ma storto, e vale la pena tenerne conto prima di concludere che questa gente passasse la vita a litigare.
Sul pendio: piccole piramidi e pareti dipinte, non scolpite
Sopra le case c’è il cimitero, e la sagoma da cercare è una piramide in miniatura. Le cappelle funerarie di questi artigiani erano sormontate da piccole piramidi di mattoni, una forma che secoli prima era stata dei soli re e che qui sta sopra la tomba di un disegnatore o di uno scalpellino.
Dentro, la differenza con le grandi tombe non è solo di mezzi, è di roccia. La pietra di questo pendio è friabile e stratificata, non tiene un rilievo pulito. Quindi si intonacava e si dipingeva. Nelle tombe scavate in roccia migliore le figure sono incise e hanno un’ombra propria, mentre qui la parete resta liscia e cambia solo il colore.
Guardate la parete di sbieco, con la luce radente: se le figure proiettano una piccola ombra sono scolpite, se la superficie resta piatta sono dipinte. Il colore è così vivo proprio perché è pittura su intonaco, chiusa in un ambiente piccolo, al riparo dal sole e dall’acqua.

Il sentiero sul crinale e le capanne del valico
Dietro il villaggio un sentiero sale il costone e scavalca verso la Valle dei Re. È la via antica, quella che faceva la squadra. Sul valico restano i resti di capanne di pietra a secco, dove gli uomini si fermavano a dormire durante i turni di lavoro invece di rifare salita e discesa ogni sera.
Questo cambia il modo di leggere le case. Per lunghi periodi il villaggio erano le donne, i bambini, gli anziani e chi era di riposo, e i documenti lo confermano: le donne vi compaiono con un ruolo proprio, non come comparse. Dalla strada centrale si riconosce bene: l’intaglio sul profilo della cresta, in alto, è il passaggio.

Un villaggio che apre, si svuota e riapre
Non fu abitato senza interruzioni. Nacque per servire le tombe reali e viveva di quel lavoro, quindi quando la corte si spostò nella capitale nuova voluta da Akhenaton il cantiere si spostò con lei e il posto si svuotò. Poi le sepolture reali tornarono a Tebe, e con loro tornarono le famiglie: l’occupazione del posto ha un vuoto nel mezzo, e quel vuoto è una decisione politica.
La fine è la parte più interessante. Nell’ultimo tratto del Nuovo Regno la riva ovest diventò insicura, e la comunità si trasferì dentro il recinto fortificato di Medinet Habu, poco più in là sulla stessa riva. Le case rimasero lì, vuote. Ed è esattamente per questo che ci sono ancora: non servivano più a nessuno, e nessuno ci ha costruito sopra.

In che ordine guardarlo
Un accorgimento che cambia la visita: percorrete la strada centrale fino in fondo senza fermarvi, così la ripetizione della pianta entra nell’occhio, poi voltatevi e guardatela all’indietro. È in quel momento che smette di sembrare un cumulo di muretti e diventa una via con le case ai due lati. Solo dopo salite alle cappelle e alle tombe.
Un’avvertenza pratica. Si sta all’aperto e l’ombra è pochissima, quindi cappello e acqua contano più di quanto sembri.
Domande frequenti su Deir el-Medina
Chi viveva a Deir el-Medina?
Gli operai e gli artisti che scavavano e decoravano le tombe reali nella Valle dei Re e nella Valle delle Regine, insieme alle loro famiglie. Non erano schiavi: erano artigiani specializzati, pagati in razioni, con capisquadra, turni e giorni di riposo.
Che cosa si vede oggi?
Il villaggio scavato: la strada centrale e le case allineate ai due lati, con i muri conservati all’altezza della vita. Si cammina dentro un abitato vero, cosa che in Egitto quasi non capita mai, perché di solito restano in piedi i templi e non le case.
Perché sappiamo così tanto di loro?
Perché scrivevano moltissimo, su schegge di calcare e cocci di vasellame: liste di lavoro, lettere, conti, cause private, motivi di assenza. È il motivo per cui conosciamo i nomi di queste persone e i loro guai quotidiani meglio di quelli di molti faraoni.
È vero che qui c’è il primo sciopero della storia?
È l’episodio più citato del sito. Sotto Ramesse III le razioni arrivarono in ritardo e gli operai smisero di lavorare, e il fatto venne messo per iscritto. Viene comunemente indicato come il primo sciopero documentato di cui abbiamo notizia.
Vale la pena aggiungerlo alla riva ovest?
Se avete già visto la Valle dei Re, sì, e cambia la prospettiva: dopo le tombe dei re si vedono le case di chi le ha scavate. Le tombe degli stessi operai, piccole e dipinte con una cura sorprendente, sono lì accanto.
Altre domande frequenti
Le donne compaiono nei documenti del villaggio?
Sì, e non di sfuggita. Nelle carte uscite da qui le donne comprano e vendono, prestano, ereditano e portano avanti le proprie liti, con un nome che sta accanto a quello del marito o del padre e non dietro. È una delle ragioni per cui questo archivio non somiglia al resto della documentazione egizia, che di solito parla di templi e di funzionari: qui si sente anche chi teneva insieme le case.
Che differenza c’è fra le tombe degli operai e quelle dei nobili?
Cambiano committente e scala. Le Tombe dei Nobili appartengono a funzionari dello Stato e hanno spazi più ampi; quelle di Deir el-Medina se le sono fatte gli artigiani stessi, in uno spazio minimo, con la stessa mano che lavorava per il re. Cambia anche che cosa ci si fa dipingere: nelle tombe dei funzionari pesano la carriera e il ruolo pubblico, qui gli artigiani usano lo spazio soprattutto per le scene dell’aldilà, scelte da loro.
È una visita faticosa?
Non è lunga, ma si sta scoperti: il villaggio è una conca senza ombra e la strada centrale si percorre a piedi. Le tombe si raggiungono con brevi salite e qualche gradino, e gli ambienti dipinti sono bassi e stretti. Chi non ama gli spazi chiusi può fermarsi al villaggio, che da solo giustifica la deviazione.
Le tombe dipinte sono sempre tutte visitabili?
Non è detto. Sulla riva ovest gli ambienti dipinti vengono chiusi e riaperti per motivi di conservazione, quindi quello che è accessibile può cambiare nel tempo. Conviene verificare sul posto e chiarire in anticipo che cosa comprende la formula scelta, perché gli ingressi non funzionano allo stesso modo in tutti i casi.
Volete aggiungere Deir el-Medina alla riva ovest? Raccontateci le date: lo incastriamo nella giornata con una guida egittologa di lingua italiana.


