Ai piedi di una parete rocciosa color ambra, sulla riva ovest di Luxor, si apre uno dei templi più eleganti dell’antico Egitto. Il santuario funerario di Hatshepsut, a Deir el-Bahari, sorprende per la sua architettura moderna, fatta di terrazze e colonnati che sembrano nascere dalla montagna stessa.
In breve
Immagini dei luoghi inclusi nell’esperienza.
Hatshepsut fu una delle poche donne a governare l’Egitto con il titolo pieno di faraone. Regno a lungo e con grande abilita, promuovendo commerci e imponenti opere architettoniche. Dopo la sua morte si tento di cancellarne la memoria, scalpellando il suo nome dai monumenti, ma la grandezza del suo tempio ha resistito al tempo.

Il tempio si sviluppa su tre livelli collegati da ampie rampe, con lunghi colonnati che si aprono verso la valle. Questa struttura, così diversa dai templi tradizionali, si integra in modo perfetto con la falesia alle spalle, creando un effetto che ancora oggi appare sorprendentemente contemporaneo. È uno degli scorci più fotografati della riva ovest.

Tra i rilievi più celebri ci sono quelli che raccontano la spedizione commerciale inviata da Hatshepsut verso il paese di Punt, una terra lontana ricca di incenso, oro e animali esotici. Le scene mostrano navi, mercanti e prodotti riportati in Egitto, una preziosa testimonianza dei contatti dell’antico Egitto con terre lontane.


Il tempio si trova sulla riva ovest, a breve distanza dalla Valle dei Re, con cui si abbina spesso nella stessa giornata. L’ampio piazzale davanti al monumento e in gran parte esposto al sole, quindi conviene arrivare al mattino. Ti aiutiamo a combinare la visita con gli altri siti della riva ovest.

Durata indicativa: mezza giornata. Gli orari, l’eventuale abbinamento con la Valle dei Re e i dettagli inclusi vengono concordati con te su WhatsApp prima della prenotazione.
Il tempio di Hatshepsut si visita bene tutto l’anno, con il clima migliore tra ottobre e aprile. La mattina presto e il momento ideale, prima che il sole batta forte sulle terrazze. Porta con te acqua, cappello e scarpe comode.

Fu una delle poche donne a governare l’Egitto con il titolo pieno di faraone, ricordata per i commerci e le grandi opere architettoniche.
Si trova a Deir el-Bahari, sulla riva ovest di Luxor, a breve distanza dalla Valle dei Re.
Sì, i due siti sono vicini e si visitano spesso nella stessa giornata. Ti aiutiamo a organizzare il programma.
La visita del tempio richiede in genere circa un’ora, a cui si aggiunge il tempo del trasferimento da Luxor.
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La maggior parte dei visitatori fotografa la facciata dal piazzale e poi sale diritta verso l’alto. Il livello intermedio è invece il più ricco di racconto: i due lunghi colonnati non dicono la stessa cosa, e sul lato nord si sviluppa il ciclo della nascita divina, dove Amon compare accanto alla madre della regina per legittimarne il diritto al trono.
All’estremità meridionale si apre la cappella di Hathor. Le colonne portano un capitello con un volto dalle orecchie bovine, ripetuto lungo tutto il portico: è la dea nella sua forma più riconoscibile. Le sale interne sono strette e in ombra, e proprio per questo molti tirano dritto senza nemmeno affacciarsi.
All’estremità opposta, verso nord, la cappella di Anubi conserva il colore meglio di qualsiasi altro punto del tempio: soffitti con stelle su fondo scuro, figure ancora leggibili, superfici che restituiscono l’idea di come dovesse apparire l’insieme. Richiede una deviazione minima ed è la parte che quasi tutti si perdono. Se viaggi con un’egittologa di lingua italiana, chiedile di leggere insieme una parete invece di percorrerla in silenzio.
Sull’ultimo livello il ritmo cambia. Contro i pilastri del portico si allineano le figure osiriache della sovrana, con le braccia incrociate sul petto. Molte sono state mutilate e in seguito rimontate, e si vede: è il punto in cui l’edificio smette di funzionare come quinta scenografica e diventa un luogo di culto.
Oltre il portale di granito si aprono il cortile, le cappelle laterali e lo spazio dedicato al culto solare. Il santuario vero e proprio non è costruito ma scavato: prosegue dentro la parete rocciosa, in un ambiente stretto e buio che sorprende chi arriva dalle terrazze aperte. In epoca greco-romana quella stessa zona fu frequentata da chi cercava guarigione, e le pareti portano ancora i segni lasciati da quei visitatori.
Non tutti gli ambienti sono sempre percorribili e il senso di marcia può essere organizzato in modo diverso a seconda della giornata. Vale la pena chiedere sul posto cosa è aperto, invece di darlo per scontato e accorgersene una volta arrivati in cima.
La facciata guarda verso est, cioè verso il Nilo. Nelle prime ore la luce la prende di fronte e radente: le colonne proiettano ombre lunghe sotto i portici, gli incavi dei rilievi si riempiono di contrasto e la pietra chiara ha la stessa temperatura di colore della falesia alle spalle. È il momento in cui il tempio assomiglia di più alle fotografie che lo hanno reso famoso.
Verso metà mattina la luce sale e appiattisce tutto. Il calcare rimanda un riverbero forte da ogni superficie, le immagini vengono slavate e i dettagli scolpiti si perdono. Se puoi scegliere una sola parte della giornata, non è questa.
Nel tardo pomeriggio accade il contrario: il sole passa dietro la parete rocciosa e il tempio entra in ombra mentre la valle alle tue spalle resta accesa. Da vedere è bellissimo, da fotografare è complicato, perché la differenza di luminosità tra monumento e sfondo diventa enorme. Le terrazze, in compenso, tornano molto più sopportabili.
Le figure scalpellate non sono opera di ladri o di vandali occasionali. Guarda i contorni: spesso la sagoma resta perfettamente leggibile dentro l’incavo, perché chi interveniva voleva togliere il nome e l’immagine, non abbattere l’edificio. In diversi punti i cartigli sono stati riscritti con un altro nome e la sovrapposizione si riconosce a occhio nudo, senza bisogno di essere epigrafisti.
Il nome arabo del luogo, Deir el-Bahari, significa “monastero del nord” e non ha nulla a che vedere con i faraoni. Deriva da una comunità copta che si installò qui molti secoli dopo la fine dell’epoca faraonica. È il motivo per cui il toponimo con cui il sito è conosciuto in tutto il mondo non contiene alcun riferimento alla regina che lo ha costruito.
Infine, buona parte di ciò che vedi è stata rimontata a partire da blocchi crollati, nel corso di campagne di restauro durate decenni. Non si tratta di una copia: le pietre sono quelle originali, recuperate e rimesse in posizione. Individuare il confine tra superficie antica e intervento moderno è uno degli esercizi più interessanti da fare mentre sali.
L’abbinamento con la Valle dei Re è quasi automatico, ma l’ordine cambia la giornata. Partire dalle tombe significa trovarle meno affollate e affrontare i corridoi quando l’aria è ancora respirabile. Arrivare prima a Deir el-Bahari significa invece prendere il tempio con la luce migliore e le rampe ancora libere. Non esiste una risposta valida per tutti: dipende da cosa ti interessa davvero.
Chi ha una giornata intera aggiunge di solito un terzo sito di carattere diverso: il colore vivo delle Tombe dei Nobili, la massa compatta di Medinet Habu, la quiete della Valle delle Regine. I Colossi di Memnon si incontrano lungo la strada e chiedono una sosta breve, giusto il tempo di guardarli da vicino.
Pochissimi si accorgono che accanto al tempio, sulla sinistra guardando verso la falesia, restano le rovine di un santuario a terrazze molto più antico, quello di Mentuhotep II. È il modello a cui gli architetti della regina guardarono. Basta uno sguardo di lato per capire da dove nasce l’idea che rende celebre il monumento accanto.
Il tratto che separa l’area di arrivo dal monumento è pianeggiante ma completamente scoperto. Chi preferisce non farlo a piedi usa il trenino, che sulla pagina compare tra le voci da valutare a parte. Da lì in avanti si sale per rampe e non per scalinate: la pendenza è dolce, la distanza però si sente, soprattutto nelle ore centrali.
L’ombra esiste solo sotto i colonnati e dentro le cappelle. Tutto il resto è pietra chiara che riverbera da ogni lato, e il riverbero stanca più del caldo. Con bambini piccoli conviene ragionare per alternanza, un tratto al sole e una pausa al coperto, e tenerne conto già quando si decide l’orario di partenza.
L’affluenza arriva a ondate. Quando scaricano più pullman insieme le rampe si riempiono e il livello intermedio diventa rumoroso. Spesso basta invertire il senso della visita, salire subito alla terrazza superiore e scendere mentre il gruppo davanti sta ancora risalendo.
Se ti interessa l’architettura, questo è il monumento della riva ovest che ti resterà addosso più a lungo. Vale lo stesso per chi fotografa e per chi si appassiona alla vicenda di una donna che governò con il titolo pieno di faraone: qui la sua costruzione politica è ancora leggibile sulle pareti, scena dopo scena.
Chi cerca camere sepolcrali dipinte e colori accesi rischia invece di restare freddo. Quelle sono nelle tombe, non qui. Il tempio si gioca su volumi, proporzioni e rapporto con la montagna, e va guardato con quel metro. Chi lo affronta aspettandosi un’altra Valle dei Re lo attraversa in pochi minuti e non capisce di cosa si parli.
Con bambini piccoli funziona a patto di tenerla breve e di scegliere l’orario giusto. Chi cammina con qualche difficoltà se la cava grazie alle rampe, ma deve mettere in conto spazi aperti e poca ombra. Sono cose che conviene dire prima, perché il programma della giornata si costruisce di conseguenza.
Le pietre sono antiche, ma la disposizione in molti punti è il risultato di un lungo lavoro di ricomposizione: blocchi crollati sono stati recuperati e rimessi al loro posto nel corso di campagne di restauro durate decenni. Guardando da vicino si distinguono le superfici consumate dal tempo da quelle degli interventi più recenti, e riconoscere la differenza rende la visita molto più interessante.
È il nome arabo del luogo e significa “monastero del nord”. Deriva da una comunità copta che occupò il sito molto dopo la fine dell’epoca faraonica. Il toponimo quindi non ha origine antica e non contiene alcun riferimento alla regina che fece costruire il tempio.
Il tempio di Deir el-Bahari era destinato al culto funerario e alla celebrazione del regno, non alla sepoltura. La tomba della regina si trova nella Valle dei Re, in un contesto completamente diverso: qui terrazze e spazi aperti verso la valle, là corridoi scavati nella roccia. Sono due facce dello stesso programma funerario, distanti pochi minuti di strada.
I tre livelli sono collegati da rampe e non da scalinate, il che aiuta parecchio. Il percorso resta però lungo, esposto e quasi privo di ombra per buona parte. Se ci sono esigenze di mobilità o di ritmo, segnalale in anticipo su WhatsApp: orario e sequenza della giornata vengono costruiti di conseguenza.