Una parete di rilievi a Philae, con i registri sovrapposti di figure e geroglifici

Come si legge una parete egizia senza conoscere i geroglifici

Davanti a una parete coperta di figure e geroglifici la reazione normale è fotografarla e proseguire. Peccato, perché con quattro regole molto semplici quella parete comincia a raccontare qualcosa: come è organizzata, che scena sta rappresentando, dove sta il nome del re e da che parte si legge. Non serve conoscere i geroglifici.

Le pareti si leggono a fasce, non a caso

La prima cosa da vedere non sono i singoli segni, ma l’organizzazione. Le scene sono disposte in registri, fasce orizzontali sovrapposte, ciascuna con la sua sequenza. Una parete non è un disegno unico: sono più racconti impilati. A Philae quei racconti impilati arrivano fino alle croci cristiane incise sopra i geroglifici. Il posto dove questo metodo rende di più non è un tempio ma le tombe dei funzionari a Luxor.

Appena si riconoscono i registri, un muro che sembrava indecifrabile diventa una pagina con delle righe. È la differenza fra guardare una parete e leggerla, e non richiede di conoscere il significato di un solo geroglifico. Se volete un posto dove metterlo in pratica con il naso all’insù invece che di fronte a voi, provate il soffitto astronomico di Esna, ritrovato sotto secoli di fuliggine.

La scena che si ripete ovunque

In quasi tutti i templi la scena base è la stessa: il re che offre qualcosa a una divinità e riceve in cambio simboli di vita e di potere. Cambiano l’oggetto offerto, la divinità e i dettagli, ma lo schema è ricorrente perché il tempio serviva proprio a rappresentare quello scambio. Perché quelle figure siano disegnate così, testa di lato, spalle di fronte, lo spieghiamo in perché le figure egizie sono di profilo.

Una volta riconosciuto, lo si ritrova a Philae, a Edfu, a Kom Ombo e a Karnak. Le differenze fra un tempio e l’altro diventano allora molto più interessanti delle somiglianze. Vale anche per l’edificio, non solo per le pareti: la sequenza di stanze che tutti i templi condividono è in come è fatto un tempio egizio.

Cartigli, direzione di lettura, e come è lavorata la pietra

I cartigli sono gli anelli ovali che racchiudono un nome reale: sono la scorciatoia per trovare un faraone dentro un muro fitto di segni. La direzione di lettura la danno le figure: si legge dal lato verso cui guardano, quindi se un uccello guarda a sinistra si comincia da sinistra. Su una parete di tomba c’è però un punto che non si legge come gli altri, perché rientra invece di essere piatto: la falsa porta.

Guardate anche come è inciso. All’aperto si usava il rilievo incavato, perché il sole radente riempie di ombra il solco; al chiuso, con poca luce, il rilievo a risalto. Da questo si capisce se una parete era originariamente esposta o coperta, e a volte si scopre che un ambiente oggi all’aperto un tempo aveva un tetto. Che questo cambi anche il momento in cui conviene fotografare quelle pareti lo spieghiamo in fotografare templi e tombe in Egitto.

Il cortile del tempio di Ramses III a Medinet Habu, con le colonne e i geroglifici su un pilastro

Dove esercitarsi, e perché serve una guida

I posti migliori per provare sono quelli dove le pareti sono integre e leggibili: Dendera, con i soffitti che hanno conservato i colori, e Abydos, dove i rilievi sono fra i più fini dell’intero Egitto. Sono due delle mete raccolte qui: i templi che quasi nessuno visita.

Queste poche regole bastano per orientarsi da soli. Per andare oltre serve qualcuno che legga davvero: le nostre guide sono egittologhe di lingua italiana, ed è la differenza fra fotografare una parete e capirla. Vedete le escursioni da Luxor, cosa vedere ad Assuan o chiedeteci un viaggio su misura.

Ogni parete ha una terra in basso e un cielo in alto

Prima dei registri c’è una cornice, e quasi nessuno la guarda. Alla base della parete corre di solito una fascia di piante: steli di papiro, boccioli, la palude da cui in Egitto esce ogni cosa. In cima, un’altra fascia chiude il campo, a volte punteggiata di stelle. Le scene stanno sospese fra le due.

Non è riempitivo. La parete dispone il mondo in verticale, con l’acqua sotto e il cielo sopra, e le figure agiscono nello spazio in mezzo. Una volta che l’avete notata, la cornice serve anche a qualcosa di pratico: dice dove finisce una superficie decorata e dove ne comincia un’altra.

Da guardare sul posto: le soglie. Sopra l’architrave si ripete quasi sempre un disco con due grandi ali aperte, spesso affiancato da due cobra. Segnala il passaggio da uno spazio all’altro, ed è il motivo per cui su ogni porta conviene alzare gli occhi.

Chi è grande e chi è piccolo: la misura è un giudizio

Davanti a una scena egizia molti concludono che il disegno sia ingenuo: figure di dimensioni diverse, nessuna prospettiva a giustificarle. È il contrario. La dimensione indica il rango, e chi conta di più è più alto.

Il re sovrasta il suo seguito, la regina gli arriva alla spalla, portatori e servitori sono più piccoli ancora, i figli restano piccoli anche quando non lo erano più. Il caso interessante è quando due figure hanno la stessa altezza: se il re e la divinità si guardano occhi negli occhi, alla pari, quella parità è il contenuto della scena.

Provate così: partite dalla testa più alta e scendete. In pochi secondi avete la gerarchia dei presenti senza leggere un nome. Poi guardate chi è seduto: in molte scene la divinità siede e riceve, il re sta in piedi e porge.

Le porte si leggono in specchio

Capita di pensare di aver già visto una scena. Di solito è vero a metà: attorno all’asse di una porta la decorazione si sdoppia: due volte la stessa scena, a destra e a sinistra, rivolte l’una verso l’altra.

Il dettaglio che le distingue è quasi sempre la corona. Da un lato il re la porta bianca e alta, dall’altro rossa e squadrata: sono le due metà del paese, il sud e il nord. La ragione non è decorativa: quel gesto, ripetuto sui due lati, vale per l’Egitto intero.

Serve anche a orientarsi. Riconosciuta una scena su uno stipite, sapete già cosa aspettarvi sull’altro, e le differenze saltano fuori da sole: un oggetto diverso fra le mani, un’altra divinità che riceve. Le eccezioni alla simmetria sono quasi sempre il punto che merita di essere guardato a lungo.

Nomi cancellati, nomi riscritti

Una parete egizia non è mai stata un documento intoccabile. Nomi e figure sono stati scalpellati, coperti e rifatti da chi è venuto dopo, per ragioni diverse: la volontà di cancellare qualcuno dalla memoria, un successore che si intesta un edificio altrui, una fede nuova che non tollera le vecchie immagini.

Riconoscerlo sul posto è più facile di quanto sembri. Un cartiglio riscritto ha spesso il fondo più profondo e più ruvido della pietra intorno, perché per rifarlo si è dovuto abbassare la superficie. I segni nuovi stanno stretti oppure ballano dentro l’ovale, con troppo spazio in coda o troppo poco. Nelle figure martellate il contorno sopravvive quasi sempre: una chiazza rugosa che conserva il profilo di quello che c’era.

Guardate la stessa parete di taglio, con il sole basso: la luce radente fa emergere i fantasmi di ciò che è stato tolto. A quel punto è chiaro che il muro non è la fotografia di un’epoca sola, ma una pila di interventi.

Scena di offerta scolpita a Kom Ombo con tre divinità e colonne di geroglifici

Le pareti rimaste a metà spiegano tutte le altre

Nei cantieri interrotti si incontrano superfici incompiute, e sono le più istruttive che ci siano. Dentro lo stesso riquadro capita di vedere figure appena tracciate a pennello, altre con il solo contorno già scavato, altre finite. Tutte le fasi del lavoro, una accanto all’altra.

L’ordine era questo: si lisciava la pietra, si tracciavano linee guida e una quadrettatura per tenere le proporzioni, si disegnava, si correggeva con un secondo colore, si scolpiva, si dipingeva. La quadrettatura spiega una cosa che altrimenti sembra magia: figure realizzate a generazioni di distanza hanno le stesse proporzioni, perché la misura era un sistema trasmesso e non il gusto del singolo.

Da qui discende l’equivoco più comune. Il rilievo non era il risultato finale, era l’ossatura sotto il colore. Le pareti color sabbia di oggi sono opere a cui manca lo strato che contava, e questo cambia il modo di giudicarle: certi dettagli che sembrano poveri erano affidati al pennello.

I rilievi dipinti con figure di divinità nel tempio di Seti I ad Abydos

Tempio o tomba: stessa grammatica, vocabolario opposto

Le regole di lettura valgono ovunque, ma il soggetto cambia a seconda di dove siete, e capirlo subito evita buona parte degli equivoci.

Sulle pareti di un tempio il protagonista è il re davanti agli dèi, sempre. Nelle cappelle dei funzionari i registri si riempiono invece di campi mietuti, barche, banchetti, artigiani al lavoro, gente comune con il proprio nome accanto: è il mondo di quaggiù, portato di là. Nelle tombe dei sovrani la parete somiglia piuttosto a un libro, con colonne fitte di testo e figure che accompagnano il viaggio notturno del sole.

Quindi, davanti a un muro affollato di scene di vita quotidiana, la domanda giusta non è quale faraone sia raffigurato. Non siete in un tempio. Quelle immagini dovevano garantire al proprietario ciò che aveva avuto in vita, ed è la ragione per cui restano la fonte migliore su come si viveva davvero lungo il Nilo.

Rilievo del faraone che colpisce i prigionieri sulla parete esterna del tempio di Esna

Le pareti che si leggono meglio sono anche le più recenti

C’è un fatto che spiazza chi arriva in Egitto la prima volta: i templi giunti fino a noi quasi intatti, Edfu, Dendera, Kom Ombo, Philae, appartengono all’ultima stagione dell’Egitto faraonico e non alle sue epoche più antiche. Si legge meglio ciò che fu costruito più tardi.

Su quelle pareti compaiono sovrani greci e imperatori romani vestiti da faraoni, dentro lo stesso identico schema dell’offerta. Chi comandava era cambiato, la grammatica della parete no. Sta lì, alla portata di chiunque sappia riconoscere un ovale.

Anche lo stile si riconosce a occhio. Le pareti tarde sono piene: poco fondo libero, corpi più morbidi e tondeggianti, un repertorio di segni molto più ampio e inventivo di quello antico. Mettetele accanto ai rilievi di Abydos, asciutti e netti, con il vuoto che lavora attorno alle figure, e la distanza fra le due epoche diventa evidente.

Domande frequenti sui rilievi dei templi

Che cosa raccontano quasi tutte le pareti dei templi?

Quasi sempre la stessa cosa: il re che fa un’offerta a una divinità e ne riceve in cambio vita, potere o stabilità. Cambiano i personaggi, gli oggetti offerti e i dettagli, ma lo schema si ripete ovunque. Riconoscerlo è il primo passo per leggere una parete.

Che cosa sono i cartigli?

Sono gli anelli ovali che racchiudono un nome reale. Servivano a proteggerlo e, per noi, sono il modo più rapido per individuare un faraone dentro un muro fitto di segni. Se cercate un nome, cercate gli ovali.

Da che parte si legge?

Nella direzione da cui guardano le figure e gli animali: se un uccello guarda a sinistra, si legge da sinistra. È una regola semplice che funziona quasi sempre e che permette di orientarsi anche senza conoscere un solo segno.

Perché alcuni rilievi sono incisi e altri sporgenti?

È una scelta pratica legata alla luce. All’esterno si usava il rilievo incavato, perché il sole radente riempie di ombra il solco e rende la figura leggibile. All’interno, con luce debole, si preferiva il rilievo a risalto. Guardando come è lavorata una parete si capisce se un tempo era esposta o coperta.

Perché in alcuni punti i colori sono ancora vivi?

Perché quella superficie è rimasta riparata dal sole e dalla pioggia: soffitti, nicchie, parti interne. È il motivo per cui a Dendera i soffitti sorprendono chiunque, mentre le facciate esposte sono ormai del colore della pietra.

Altre domande frequenti

Come si capisce se un cartiglio è stato riscritto?

Guardate il fondo dentro l’ovale: quando risulta scavato più a fondo e resta ruvido rispetto alla parete intorno, sotto c’era un altro nome. Secondo indizio, i segni che stanno stretti o troppo larghi rispetto allo spazio, come un testo incollato dentro una casella sbagliata.

Perché le figure non hanno tutte la stessa dimensione?

Perché la misura indica il rango, non la distanza. Il personaggio più importante della scena è il più alto, il seguito è più piccolo, i servitori più piccoli ancora. Quando due figure risultano uguali in altezza, quella parità è voluta e fa parte del significato.

Il rilievo scolpito era il lavoro finito?

No, era il passaggio prima dell’ultimo. Lo scalpello fissava le forme, poi arrivava lo strato che oggi in gran parte manca. Per questo capita di trovare vesti o volti che sembrano appena abbozzati: quei dettagli non erano compito della pietra.

Le scene sui muri raccontano fatti realmente accaduti?

Raramente nel senso in cui lo intendiamo noi. La gran parte delle scene di tempio è rituale e ripetuta: mostra come le cose devono andare, non come sono andate. Le eccezioni esistono, per esempio le grandi scene di battaglia sulle facciate, ma vanno lette come celebrazione e non come cronaca.

Volete visitare i templi con qualcuno che sappia leggerli? Le nostre guide sono egittologhe di lingua italiana: raccontateci le vostre date.

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