Una statua osiriaca addossata a un pilastro nel tempio di Hatshepsut, con le braccia incrociate sul petto e tracce di colore rosso sul volto

Come si guarda una statua egizia

Sembrano tutte uguali, e invece bastano due domande – dove sono i piedi, dove sono le braccia – per capire che tipo di statua state guardando e perché sta proprio lì.

La regola che vale per quasi tutte: si guardano di fronte

Una statua egizia è costruita per un punto di vista solo, quello frontale. È simmetrica rispetto a un asse verticale, guarda dritto davanti a sé, e non ha torsioni. Dietro la schiena, quasi sempre, c’è un pilastro dorsale: una lastra lasciata nel blocco, che fa corpo unico con la figura.

Quel dettaglio dice una cosa precisa: la statua non era pensata perché le si girasse intorno. Stava contro una parete, dentro una nicchia, o addossata a un pilastro. Non è scultura da museo, è scultura da architettura.

Gamba avanti: non è un passo

Nelle statue stanti c’è quasi sempre la gamba sinistra avanzata. Sembra un uomo che cammina, ma il peso non si sposta: le spalle restano dritte, i fianchi allineati, entrambi i piedi piatti a terra. Nella scultura greca lo stesso gesto sposta tutto il corpo; qui no.

È lo stesso principio che governa le figure sulle pareti, dove nessuno si volta e nessuno si accorcia in prospettiva: lo abbiamo raccontato in perché le figure egizie sono di profilo. La statua non racconta un movimento: dichiara una presenza.

L’altro tipo: braccia incrociate, piedi uniti

Poi c’è la figura osiriaca, quella della fotografia qui sopra: corpo fasciato come una mummia, braccia incrociate sul petto, piedi uniti. Non è una statua isolata – è addossata a un pilastro e fa parte del portico.

Al tempio di Hatshepsut ne trovate una fila intera, e riconoscerle cambia il modo di guardare il colonnato: non sono decori aggiunti, sono l’edificio. Come funziona il resto della struttura sta in la pianta che tutti i templi hanno in comune.

Due domande, e sapete che cosa avete davanti

I piedi sono uniti o uno è avanti? Le braccia sono lungo il corpo o incrociate sul petto? Con queste due domande si separa quasi tutto quello che si incontra: statua stante, statua seduta con le mani sulle ginocchia, figura osiriaca addossata a un pilastro.

E se la statua ha un nome inciso alla base o sul pilastro dorsale, quello si legge con il metodo delle pareti: come si legge la parete di un tempio. Per averlo spiegato sul posto, partiamo da viaggi su misura.

Il blocco non viene mai svuotato del tutto

La scultura egizia è sottrattiva. Si parte da un parallelepipedo squadrato, si tracciano i profili sulle facce, e da lì si toglie. Quello che non si toglie quasi mai è lo spazio vuoto: tra il braccio e il fianco resta una lamina di pietra, e tra le gambe, anche quando una è avanzata, resta un diaframma pieno.

Non è imperizia. La pietra dura si spezza esattamente nei punti sottili, e una statua serviva a durare più di chi l’aveva ordinata. Lasciare pieno il negativo era il modo di non consegnare al tempo una caviglia sottile.

Il confronto tra materiali lo rende evidente. Granito, diorite, quarzite: figure chiuse, compatte, con pochissima aria dentro il profilo. Calcare e legno: molto più libere. Le statue di legno venivano montate a pezzi, braccia comprese, ed è lì che un braccio si stacca davvero dal corpo e si allunga in avanti. Guardate di che cosa è fatta, prima di giudicare come si tiene in piedi: buona parte della rigidità che attribuite allo stile è una proprietà della roccia.

Da dove si comincia a guardare: base, schiena, mani

Davanti a una vetrina la tentazione è partire dal viso. Conviene fare il contrario, perché il viso è la parte che vi dirà meno.

La base per prima. È quasi sempre una lastra piatta che sporge sotto i piedi, e sul piano davanti alle dita corre spesso una riga di segni. Lì c’è il nome, ed è il nome a rendere quel blocco quella persona e non un’altra. Poi la schiena, quando il museo ve la lascia vedere: l’altezza del pilastro dorsale cambia parecchio, e certe volte sale fino alla sommità del copricapo, certe altre si ferma alle scapole. Più è alto, più la figura era pensata addossata a qualcosa di alto.

Le mani per ultime. Sono aperte, chiuse, appoggiate sulle ginocchia, oppure tengono qualcosa? Con base, schiena e mani avete già identità, collocazione e funzione. È molto più di quanto vi restituisca tutto il tempo passato a cercare un’espressione nella bocca.

Che cosa stringono i pugni delle statue stanti

Nelle figure stanti le braccia scendono lungo il corpo e le mani sono chiuse. Se vi avvicinate, quasi sempre dal pugno spunta un cilindretto: due estremità arrotondate, una sopra e una sotto le dita serrate.

Che cosa sia non è deciso. Si è pensato a un pezzo di stoffa piegata, a un manico, a un oggetto simbolico, perfino a un residuo tecnico lasciato apposta per non indebolire la mano. Nessuna spiegazione ha convinto tutti, e vale la pena saperlo, perché è proprio il genere di dettaglio su cui si sente raccontare una certezza che non esiste.

Quello che potete verificare da soli è la costanza. Lo stesso cilindretto, nella stessa posizione, su figure lontanissime tra loro per materiale, dimensione ed epoca. Non è il vezzo di una bottega: fa parte dello schema, come il pilastro dietro la schiena.

Occhi vuoti e colore rimasto negli angoli

Molte statue hanno occhi che sembrano scavati e spenti. Spesso non erano così. L’occhio era intarsiato: una cornice di metallo, il bianco in pietra chiara, sopra la pupilla una cornea trasparente. Tolto l’intarsio, resta l’incavo. Se notate un bordo netto e regolare tutto intorno all’orbita, state guardando un alloggiamento vuoto, non una scelta di stile.

Il colore segue la stessa logica. Le statue di calcare e di legno erano dipinte, e il pigmento sopravvive dove la mano e la polvere non arrivano a consumarlo: negli angoli degli occhi, tra le dita, sotto il mento, dentro i solchi dei segni incisi. Sulla pietra dura si puntava invece sulla lucidatura: quel nero brillante viene dall’abrasione, dalla superficie strofinata fino a farla riflettere.

Dove il colore resta su una coppia, guardate le carnagioni. La figura maschile tende a un tono più scuro, quella femminile a uno più chiaro. Serve a tenerle distinte a colpo d’occhio. Nessuno stava copiando la carnagione di una persona vera.

I casi vicini: seduta, statua-cubo, scriba

Le due domande su piedi e braccia coprono moltissimo, ma restano alcune forme da tenere a mente, perché si incontrano di continuo e quelle due chiavi non bastano a sistemarle.

La statua seduta: schiena dritta contro lo schienale, mani sulle ginocchia, spesso una distesa e una chiusa. Il trono non è un mobile, è un blocco, e i suoi fianchi sono superfici pensate per essere iscritte. La statua-cubo: una persona accovacciata, ginocchia al petto, avvolta in un mantello che cancella braccia e gambe. Ne resta un volume quasi squadrato con la testa che emerge in alto. Sembra un’astrazione moderna e non lo è affatto: quelle facce lisce servivano a portare testo, e statue di questo tipo stavano nei templi.

Poi lo scriba: gambe incrociate, papiro aperto sulle cosce, busto leggermente inclinato in avanti. È uno dei pochi casi in cui lo sguardo non punta all’infinito ma sembra alzarsi verso chi sta parlando. Se una statua vi dà l’impressione di ascoltarvi, controllate le gambe: probabilmente è seduta per terra.

Perché sembrano tutte uguali, e perché il malinteso resiste

L’idea che questa scultura sia immobile per incapacità è dura a morire, e ha una causa molto concreta: la incontriamo quasi sempre nel posto sbagliato. Al museo la statua è isolata su un piedistallo, illuminata da ogni lato, e ci si può girare intorno. Era nata per stare contro un muro, in penombra, davanti a un tavolo d’offerte. In una vetrina centrale è fuori contesto quanto una porta appesa al soffitto.

C’è poi il metro di paragone che ci portiamo dietro. Siamo abituati a valutare una figura di pietra da quanto sembra sul punto di muoversi, e questa non lo sembra mai. Il compito però era un altro: restare stabile, riconoscibile, sempre identica a sé stessa, capace di ricevere offerte anche quando nessuno ricordava più la persona che rappresentava.

A Saqqara la prova è ancora al suo posto. Una cassetta di pietra chiusa, addossata alla piramide, con i fori all’altezza degli occhi. Chi stava dentro non doveva essere ammirato. Doveva guardare fuori.

Che cosa cambia nel tempo, e i nomi riscritti sopra

Lo schema regge a lungo, ma non è vero che non si muove niente. Cambiano le proporzioni, il taglio degli occhi, il modo di trattare la bocca, il grado di finitura della pietra. Ci sono stagioni in cui i volti si fanno stanchi e segnati invece che sereni, e una parentesi breve in cui i corpi si allungano e quasi tutte le convenzioni saltano, prima che si torni allo schema di prima.

La cosa più facile da vedere sul posto, però, non è lo stile: sono i nomi. Molte statue sono state riusate. Un sovrano successivo faceva cancellare l’iscrizione e incidere la propria, e quel secondo intervento si riconosce quasi sempre perché è più profondo, più largo e meno pulito del testo che gli sta intorno. Ogni tanto, sul fondo del solco, si intravede ancora il segno cancellato.

Quando vi capita, avete davanti due storie sovrapposte nello stesso blocco. È il momento in cui la statua smette di essere un oggetto e ridiventa una vicenda, con qualcuno che ha voluto prendersi il posto di qualcun altro.

Domande frequenti sulle statue egizie

Perché le statue egizie guardano sempre dritto davanti?

Perché sono pensate per essere viste di fronte, spesso addossate a una parete o a un pilastro. La simmetria non è rigidità: è la posizione che rende la figura riconoscibile e stabile.

Che cos’è il pilastro dorsale?

La lastra di pietra lasciata dietro la schiena, che fa corpo unico con la statua. Serve a sostenerla, e il fatto che sia rimasta significa che la statua non era pensata per essere girata intorno.

Perché una gamba è avanti?

Nelle statue stanti la gamba sinistra è quasi sempre avanzata, ma il peso resta distribuito su entrambe: non è un passo, è una posa che indica presenza e durata.

Che differenza c’è con le statue con le braccia incrociate?

Quelle sono osiriache: corpo fasciato, braccia incrociate sul petto, piedi uniti. Non sono statue a sé, sono addossate a pilastri e fanno parte dell’architettura.

Si riconoscono a occhio nudo?

Sì, ed è la parte utile: gamba avanzata o piedi uniti, braccia lungo il corpo o incrociate. Due domande e avete capito che tipo di statua state guardando.

Altre domande frequenti

Perché tra le gambe delle statue resta un blocco di pietra?

Perché la figura viene ricavata togliendo materia da un blocco unico, e i punti sottili sono quelli che si spezzano per primi. Lasciare pieno lo spazio tra le gambe, e la lamina tra braccio e fianco, serviva a far durare la statua. Nelle figure di legno, montate a pezzi, questo problema non c’è e le braccia si staccano davvero dal corpo.

Perché molte statue egizie hanno gli occhi vuoti?

Nella maggior parte dei casi l’occhio non era scavato ma montato: un contorno di metallo teneva insieme una parte chiara di pietra e un elemento trasparente davanti alla pupilla. Asportato quel montaggio, resta il vuoto che vedete oggi. Il bordo netto e regolare tutto attorno vi dice che lì era applicato qualcosa.

Che cos’è la statua-cubo?

È una figura accovacciata e avvolta nel mantello, ridotta a poco più di un blocco con una testa sopra. Braccia e gambe spariscono sotto la stoffa, e le facce piatte che ne risultano erano lo spazio migliore su cui incidere un testo lungo. Se ne incontrano soprattutto nei templi.

Come si capisce se una statua è stata riusata da un altro sovrano?

Si guarda l’iscrizione sulla base o sul pilastro dorsale. Il nome inciso in un secondo momento di solito è più profondo, più largo e meno curato del testo intorno, e a volte sul fondo del solco si intravede ancora traccia di quello cancellato.

Volete che queste cose ve le indichi qualcuno mentre le guardate? Diteci le date: mettiamo accanto a voi una guida egittologa di lingua italiana.

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