Saqqara, Menfi e Dahshur

Da
79 
Modulo di prenotazione
Richiedi un preventivo

Partecipanti

0

Adulti

79 

Bambini

Neonati

Available:
Totale:

Partecipanti

0

Adulti

79 

Bambini

Neonati

Dove è cominciata l’architettura in pietra. La piramide a gradoni di Djoser a Saqqara, la capitale Menfi, e a Dahshur la Piramide Rossa, in cui si entra con molta meno folla che a Giza. È la giornata che spiega COME si è arrivati alle piramidi.

Punti forti della giornata

  • La piramide a gradoni di Djoser, la più antica in pietra al mondo
  • La Piramide Romboidale e la Piramide Rossa a Dahshur
  • Il colosso di Ramses II a Menfi

Tutto compreso nella quota

  • Guida egittologa di lingua italiana, solo per il tuo gruppo
  • Veicolo privato con aria condizionata e autista
  • Biglietti d’ingresso ai siti indicati, inclusi
  • Acqua a bordo
  • Nessuna sosta commerciale obbligatoria

Non inclusi: mance · pasti · ingressi speciali (interno della Grande Piramide, tomba di Tutankhamon), che indichiamo sempre prima della conferma.

Partenza da Il Cairo, durata circa 7 ore. Il prezzo vale per 2 partecipanti: da 3 persone in su la quota diminuisce. Ti confermiamo il preventivo esatto su WhatsApp.

Perché conviene vedere Saqqara prima di Giza

Le piramidi non sono nate finite. Prima di Djoser i re venivano sepolti sotto mastabe, blocchi bassi e rettangolari in mattone crudo. A Saqqara qualcuno ha deciso di impilarne sei, una sopra l’altra, e di farle in pietra. Il risultato è una montagna a gradoni che non somigliava a niente di quello che esisteva prima.

Dahshur è il capitolo successivo. Snefru costruisce, si accorge che l’inclinazione è troppo ripida, corregge a metà altezza e ottiene la piramide romboidale. Poi ricomincia da capo poco più in là e tira su la piramide rossa, la prima a facce lisce riuscita bene. Solo dopo, con suo figlio, si arriva alla Grande Piramide.

In quest’ordine la giornata ha una logica che Giza da sola non restituisce. Chi visita per prime le piramidi della piana di Giza tende poi a trattare tutto il resto come una nota a margine. Al contrario funziona molto meglio: si arriva davanti a Cheope sapendo quanti tentativi ci sono voluti.

Dentro il recinto di Djoser

Il complesso non è solo la piramide. Si entra da un corridoio stretto fiancheggiato da colonne scanalate che imitano fasci di canne legate. È pietra che finge di essere una cosa più fragile, perché all’epoca nessuno aveva ancora un vocabolario per costruire in pietra e si copiava quello che si sapeva fare. Poi il corridoio si apre sul cortile e la piramide arriva tutta insieme.

Sul lato est ci sono gli edifici del giubileo, la festa Sed, con le facciate finte. Dietro non c’è niente: sono scenografie in pietra per un rito che il re doveva poter ripetere in eterno. Vale la pena camminarci in mezzo invece di fermarsi al piazzale davanti e ripartire.

Sul lato nord c’è il serdab, una cassetta di pietra con due fori all’altezza degli occhi. Dentro, una statua seduta guarda fuori. Quella in loco è una copia e l’originale sta al museo, ma l’effetto quando ti avvicini non cambia: qualcuno ti sta fissando da dentro il muro.

Le mastabe dei nobili, la parte che sorprende

La piramide si fotografa, i rilievi si guardano. Intorno al complesso reale c’è un intero quartiere di tombe di funzionari, e lì dentro le pareti sono coperte di scene di vita quotidiana. Uomini che spingono i buoi nell’acqua, pescatori che tirano le reti, barche di papiro, contadini che contano il grano, servitori con le oche sottobraccio.

Non sono scene sacre. È la campagna egiziana di quattromila anni fa, scolpita a bassorilievo con una cura che spiazza chi era arrivato pensando solo a faraoni e divinità. In alcuni ambienti si vede ancora il colore. In altri il rilievo è talmente poco profondo che bisogna aspettare che la luce entri di taglio per leggerlo.

Quali tombe siano accessibili cambia nel tempo e alcune hanno un ingresso a parte. È la prima cosa da chiedere alla guida appena si arriva, perché conviene decidere sul posto in base a cosa è aperto quel giorno.

Menfi, cosa aspettarsi davvero

Qui serve onestà. Menfi è stata la capitale dell’Antico Regno e una delle città più importanti del mondo antico, e oggi è un giardino con i palmeti sopra, qualche statua e un edificio basso. La città vera sta sotto i campi coltivati e sotto il livello dell’acqua. Chi si aspetta rovine estese non le trova.

Quello che si trova è il colosso di Ramesse II, disteso sulla schiena dentro una struttura costruita apposta e osservabile da una passerella al piano superiore. Da lassù si leggono dettagli che a terra sfuggirebbero: le unghie, la cintura con il nome del re inciso, la piega della bocca. È un pezzo enorme e rifinito in modo sorprendente per la sua mole.

Fuori, nel giardino, ci sono una sfinge in alabastro e una raccolta di frammenti e sarcofagi. La sosta è più breve rispetto agli altri due siti, e va bene così. Serve a dare un centro geografico alla giornata, perché Saqqara e Dahshur erano le necropoli di questa città, non luoghi isolati nel deserto.

Dahshur, dove si vedono l’errore e la correzione

La romboidale è la piramide più strana d’Egitto. Parte ripida, poi a un certo punto si addolcisce e il profilo si spezza. Da vicino però la cosa che colpisce di più non è l’angolo: è il rivestimento. Su questa piramide gran parte delle lastre esterne è rimasta al suo posto, mentre a Giza è stata portata via secoli fa per costruire altrove.

È l’unico modo per capire come apparivano da nuove. Non scalinate di blocchi, ma superfici lisce e continue che riflettevano la luce. Accanto c’è la piramide satellite, più piccola, e intorno soltanto deserto piatto.

La piramide rossa sta poco distante, massiccia e regolare, e prende quel colore caldo dalla pietra locale quando il sole è basso. Il piazzale è spesso vuoto. Capita di restare a lungo senza nessuno intorno, cosa che sulla piana di Giza semplicemente non succede.

La discesa nella piramide rossa

Chi vuole entrare è meglio che sappia cosa lo aspetta. L’ingresso si apre sul fianco nord, in alto rispetto alla base, e ci si arriva salendo una scalinata esterna. Da lì il corridoio scende stretto e basso, e si percorre piegati in avanti tenendosi al corrimano. Non c’è un punto intermedio dove ci si può raddrizzare.

In fondo si aprono le camere con la volta a mensole: file di blocchi aggettanti che si chiudono verso l’alto come uno scafo rovesciato. L’aria è ferma e ha un odore forte e secco che resta addosso per un po’. Anche il rumore dei passi cambia del tutto.

Vale la pena per chi regge gli spazi chiusi e ha ginocchia in ordine. Chi soffre di claustrofobia, di problemi respiratori o di mal di schiena può aspettare fuori senza rimpianti: da fuori non ti perdi la piramide, ti perdi un corridoio. A Giza invece gli interni seguono regole loro, e conviene capire prima come funzionano i biglietti alle piramidi per non arrivare impreparato.

Come si incastra la giornata

L’ordine conta più di quanto sembri. Saqqara la mattina presto, quando l’ombra del muro di cinta è ancora lunga e i gruppi organizzati non sono arrivati. Menfi come sosta di mezzo. Dahshur dopo, quando il deserto prende la luce buona e la maggior parte dei visitatori è già rientrata verso la città.

Si viaggia in veicolo privato con la guida a bordo, quindi i tempi restano tuoi. Se una tomba ti prende, ci resti. Se il colosso ti basta in poco, si riparte. È la differenza principale rispetto a un pullman condiviso, dove l’orario lo decide il gruppo.

Il pranzo non è compreso e non è prevista nessuna tappa obbligata in negozi o fabbriche, quindi dove fermarsi si decide insieme strada facendo. Se stai costruendo un programma di più giorni, guarda come si combinano le escursioni in giornata dal Cairo prima di fissare le date: alcune si sovrappongono, altre si completano bene.

La parte pratica: sabbia, sole, scarpe

Scarpe chiuse. A Dahshur si cammina su sabbia vera e profonda, e i sandali si riempiono in pochi passi. Il piazzale di Saqqara è pietroso e irregolare, con tratti in salita corti ma scomodi.

Cappello e occhiali servono più della crema, perché in tutti e tre i siti l’ombra è quasi assente. L’acqua è a bordo, ma tenerne una bottiglia in mano durante le visite evita di tornare indietro fino al veicolo.

Per le fotografie, le regole dentro le tombe cambiano da sito a sito e a volte da stagione a stagione: conviene chiedere invece di dare per scontato, e il treppiede è quasi sempre un problema. Qualche moneta in tasca è utile per i servizi igienici. Se poi questa è la tua prima uscita fuori dal centro abitato, tieni presente che il rientro attraversa la periferia sud, e chi ha in programma anche una giornata dedicata a cosa vedere al Cairo di solito preferisce tenere le due cose separate.

Saqqara o Giza, se hai un giorno solo

Se il giorno è uno soltanto, Giza vince. La Sfinge e la Grande Piramide sono la ragione per cui la maggior parte delle persone arriva in Egitto, e rinunciarci per un confronto fra angoli di inclinazione è una scelta che quasi nessuno si perdona al ritorno. In quel caso ha più senso la giornata alle piramidi e alla Sfinge, oppure Giza abbinata al Grande Museo Egizio se vuoi vedere anche gli oggetti usciti da quelle tombe.

Se i giorni sono due o più, questa è l’altra metà del discorso. Saqqara e Dahshur spiegano Giza. Giza da sola non spiega Saqqara.

E se la piana l’hai già vista, magari in un viaggio precedente, questa è probabilmente la giornata che ti resterà addosso: meno folla, più cose da capire e un paio di punti dove il silenzio si sente per davvero.

Che cosa si può aggiungere, se la giornata ha spazio

Saqqara non finisce con il recinto di Djoser. La necropoli si allunga per chilometri sul bordo del deserto e intorno alla piramide a gradoni ci sono altre piramidi reali, più tarde e molto meno visitate, alcune con le camere interne coperte di testi religiosi incisi nella pietra. C’è poi il Serapeum, le gallerie sotterranee scavate per accogliere i sarcofagi di granito dei tori Apis: ambienti bui, enormi, che non somigliano a niente altro della giornata. Non tutto rientra nello stesso biglietto, perché alcune aree hanno un ingresso separato. Conviene quindi dire prima che cosa vi interessa, invece di deciderlo davanti al cancello con il tempo già contato. Chi ha mezza giornata in più fa bene a spenderla qui e non altrove: il salto fra il recinto di Djoser e queste tombe successive è esattamente quello che rende comprensibile come si passa dai gradoni alle facce lisce, un passaggio che poi si ritrova tutto intero sulla piana di Giza, davanti alle tre piramidi. Se invece i tempi sono stretti, meglio guardare bene tre cose che attraversarne otto di corsa.

Dove si fotografa, e perché quasi mai davanti al monumento

La piramide a gradoni rende molto di più dal fondo del grande cortile, con le colonne del colonnato d’ingresso in primo piano: da lì i gradoni si contano uno per uno e si capisce l’altezza. Da sotto, invece, la mole schiaccia tutto e resta una parete beige. A Menfi il colosso di Ramses II è disteso e va ripreso per il lungo dalla passerella rialzata, partendo dal lato della testa: il viso in scorcio restituisce una misura che la fotografia frontale toglie. A Dahshur conta il profilo. La Piramide Romboidale cambia inclinazione a metà altezza, e quel cambio si vede solo di lato, mentre di fronte sembra una piramide come le altre. Il pomeriggio, con la luce più bassa, marca gli spigoli e separa le due facce. Dentro le mastabe vale la regola opposta: i rilievi si leggono con la luce radente che arriva dalla porta, e chi punta il flash appiattisce in un colpo tutto quello che era venuto a vedere. Il resto delle accortezze sta qui: fotografare templi e tombe in Egitto. E per sapere che cosa state inquadrando aiuta riconoscere che cos’è la falsa porta di una tomba, perché è il punto attorno a cui viene organizzata tutta la parete decorata.

Powered by Joinchat