Assuan in una giornata, con i tempi giusti e senza fretta. Si raggiunge in barca il tempio di Philae, salvato dalle acque e ricostruito sull’isola di Agilkia, si visita l’obelisco incompiuto ancora disteso nella cava, e si chiude in feluca verso l’isola delle piante.
Non inclusi: Mance · Pasti · Ingressi speciali (tomba di Tutankhamon, tomba di Nefertari), che indichiamo sempre prima della conferma.
Partenza da Assuan, durata circa 7 ore. Il prezzo indicato vale per 2 partecipanti: da 3 persone in su la quota diminuisce. Ti confermiamo il preventivo esatto su WhatsApp.
Assuan si gira presto. Non per una regola scritta da qualche parte, ma perché il granito qui trattiene il calore e poi lo restituisce per tutto il pomeriggio. Chi arriva alla cava tardi ci resta dieci minuti e se ne va convinto di aver visto solo un pezzo di pietra sdraiato al sole.
Le tre tappe sembrano scollegate: un tempio su un’isola, un obelisco mai staccato dalla roccia, uno sbarramento moderno. Raccontano invece la stessa storia da tre lati diversi. Cosa riuscivano a cavare gli antichi da questa roccia rossa, e cosa è successo qui quando l’acqua ha cambiato quota. Vale la pena sapere in anticipo dove conviene rallentare e dove no.

Il tempio di Iside sorgeva sull’isola di Philae. Quando il livello del fiume si alzò, l’isola restava sommersa per gran parte dell’anno: i viaggiatori ci passavano sopra in barca e guardavano i capitelli affiorare sotto lo scafo. Con la nuova diga la sommersione sarebbe diventata definitiva. Così il tempio è stato smontato blocco per blocco, numerato pezzo per pezzo, e rimontato sull’isola vicina di Agilkia, che è stata modellata per somigliare a quella originale.
Non è una nota da libro di storia: si legge sulle pareti. Nella parte bassa dei muri corre una fascia più chiara, la traccia lasciata dagli anni passati sott’acqua. I rilievi dei registri inferiori sono lavati, sbiaditi, in certi punti quasi illeggibili, mentre più in alto le figure restano nitide e piene di dettaglio. Quando la luce arriva di taglio si vedono anche le fughe fra i blocchi rimontati, sottili linee verticali che tagliano le scene.
Chiedete all’egittologa di indicarvi un punto dove la giuntura passa in mezzo a una figura. È il modo più veloce per capire che tutto quello che avete intorno è stato tagliato, spostato e ricomposto, e che il risultato regge ancora.

La traversata è breve e il tempio compare di fianco, non di fronte. Sulla destra si stacca per primo il chiosco di Traiano, quello che le guide chiamano il letto del faraone: colonne alte, il tetto mai completato, la pianta rettangolare che sembra galleggiare a filo d’acqua. È l’immagine che finisce sulla maggior parte delle fotografie di Assuan.
Poi si gira e arriva il primo pilone. Due torri massicce, e su ciascuna una figura enorme che alza il braccio sopra un gruppo di prigionieri tenuti per i capelli: la scena rituale del faraone che schiaccia i nemici, ripetuta qui su scala gigantesca. Nella facciata si notano scanalature verticali profonde, con i loro incassi: servivano a reggere le aste dei pennoni, che portavano stendardi visibili da lontano sull’acqua.
Fotografate il pilone dalla barca, prima di sbarcare. Una volta a terra ci si trova sotto, troppo vicini, e l’inquadratura intera non si prende più. Sulla traversata tenete ferma la borsa e il cappello: fra le isole tira quasi sempre un po’ di vento.

Superato il pilone si entra nel cortile, con il mammisi sulla sinistra, la casa di nascita dove si celebrava la nascita di Horus. Le scene migliori sono lì e nelle sale interne: Iside che allatta il bambino fra i papiri, le processioni di offerenti, i gesti minuti delle mani che reggono vasi e fiori. Guardate le dita e i profili, non solo le figure intere.
Poi cominciate a cercare le croci. Sono incise ovunque, sui muri, sugli stipiti, in mezzo ai rilievi pagani. In epoca cristiana una chiesa fu installata dentro il tempio, molte figure di divinità furono scalpellate via, e sulle pareti restano iscrizioni in greco accanto ai geroglifici. Philae fu uno degli ultimi luoghi in cui la vecchia religione resistette, e gli ultimi geroglifici conosciuti furono incisi proprio qui. Nella stessa stanza convivono l’ultimo respiro di un culto millenario e il primo segno di quello che lo ha sostituito.
Sulle superfici più accessibili ci sono anche nomi e date lasciati dai viaggiatori europei dell’Ottocento, incisi con la stessa disinvoltura con cui oggi si scatta una foto. Se questo sito vi interessa più delle altre tappe, esiste anche una visita dedicata al tempio di Philae che permette di restare più a lungo sull’isola.

Il colonnato occidentale è la parte che la maggior parte dei gruppi attraversa camminando, con lo sguardo già rivolto al pilone in fondo. È un errore. I capitelli non sono uguali fra loro: uno riprende le foglie di palma, il successivo l’ombrella di papiro, un altro il fiore di loto, altri ancora mescolano gli elementi in composizioni che non si ripetono mai identiche. Camminate lentamente e alzate la testa.
Alcuni capitelli sono rimasti allo stato di abbozzo, blocchi squadrati appena sgrossati. Messi in fila con quelli finiti mostrano l’intera sequenza del lavoro dello scultore, dal blocco grezzo al fogliame scolpito. Sul soffitto e negli angoli riparati sopravvivono tracce di colore, azzurri e ocra che danno un’idea di quanto fossero accesi questi ambienti.
Il colonnato è anche uno dei pochi punti davvero ombreggiati dell’isola, con le aperture che guardano l’acqua. Se avete bisogno di una pausa, prendetela lì e non nel cortile aperto. Poco distante c’è il piccolo tempio di Hathor, con le scene di musicanti e la figura tozza di Bes che suona: minuscolo, spesso saltato, e uno dei pochi posti in Egitto dove i rilievi fanno sorridere.

Nella cava di granito rosso l’obelisco è ancora attaccato alla roccia lungo tutto il lato inferiore. Attorno agli altri tre lati corre la trincea scavata dagli operai, larga quanto basta per lavorarci dentro accovacciati. La superficie della pietra non è liscia: è un campo di piccole conche tonde, i segni lasciati dalle sfere di dolerite usate per percuotere il granito e ridurlo in polvere, colpo dopo colpo.
Il lavoro si è fermato per una crepa. Attraversa il monolite e ha reso inutile tutto quello che era stato fatto fino a quel momento, così il blocco è rimasto lì dove si trovava. Pesa oltre mille tonnellate: se fosse stato staccato e innalzato sarebbe stato il più grande mai eretto. Nessun altro sito in Egitto spiega altrettanto bene come nascevano queste pietre, perché qui il cantiere si è fermato a metà e non è più ripartito.
Dal punto di vista pratico è la tappa più dura. Ombra praticamente assente, percorso in leggera salita, granito irregolare sotto i piedi. Scarpe chiuse, cappello, e la sosta funziona molto meglio quando il sole è ancora basso. Chi vuole dedicare alla cava una visita a sé può guardare l’escursione singola all’obelisco incompiuto.
Si attraversa in auto e ci si ferma a guardare da entrambi i lati. Da una parte un bacino largo, aperto, che si perde all’orizzonte e continua fino al confine con il Sudan. Dall’altra il fiume torna stretto, verde, con le isole e le vele. È il contrasto che rende chiara in un attimo la portata dell’opera, molto più di qualsiasi dato.
Questa sosta chiude il cerchio delle altre due. È per l’acqua trattenuta qui che il tempio di Philae è stato spostato, che i templi di Abu Simbel sono stati tagliati e risollevati più in alto, che interi villaggi nubiani sono stati ricostruiti altrove. Chi visita i templi dell’Alto Egitto senza passare da qui si perde la ragione per cui molti di quei monumenti oggi non si trovano dove sono nati.
Qualche accortezza. Non si fotografano gli impianti tecnici né i posti di controllo, e conviene tenere un documento a portata di mano perché ai varchi può essere richiesto. Sul coronamento tira vento forte. È una sosta panoramica breve: chi si aspetta un museo resta deluso, chi guarda il paesaggio no.
La sequenza non è casuale. La cava rende molto meglio quando la roccia non è ancora rovente e le ombre nelle conche scavate sono ancora leggibili. Philae vuole luce bassa, che entra di taglio nel colonnato e stacca i rilievi dalla parete. La diga sta bene nel mezzo, perché è una sosta breve all’aperto e serve anche da passaggio fra le due sponde. L’egittologa può invertire due tappe se il molo è affollato: seguitela, il motivo è quasi sempre il traffico delle barche.
Gli errori si ripetono sempre uguali. Infradito sul granito, che è tagliente e scivoloso insieme. Nessun cappello, con il risultato che l’ultima tappa la si fa a occhi socchiusi. Acqua finita a metà mattina. E la fretta: chi corre da un sito all’altro per guadagnare mezz’ora finisce per fotografare tutto e guardare niente. Gli occhiali da sole scuri servono davvero, il riverbero sull’acqua a Philae è forte.
Se state ancora costruendo il programma dei giorni in città, questa mattinata è la base su cui appoggiare il resto: qui trovate cosa vedere ad Assuan senza correre e come distribuire le visite sugli altri giorni.
Finito il giro si è ancora in mattinata inoltrata, quindi il pomeriggio resta libero ed è il momento in cui Assuan dà il meglio: il fiume si riempie di vele e la luce diventa calda. Molti ci abbinano un pomeriggio nel villaggio nubiano, con le case dipinte e i colori che sono l’esatto opposto del granito visto poche ore prima.
Abu Simbel invece merita una giornata tutta sua e non si mette insieme a questa: la partenza è nel cuore della notte e il ritmo è completamente diverso. Se avete abbastanza giorni, tenete la giornata verso Abu Simbel separata e riposata, non appiccicata a un’altra visita.
Per il resto del soggiorno potete guardare tutte le escursioni con partenza da Assuan e comporre i giorni come preferite. Per date, numero di persone e composizione del gruppo scriveteci su WhatsApp al 201029581851: l’egittologa parla italiano e la giornata si adatta ai vostri tempi, non il contrario.
Niente di impegnativo, ma nemmeno passeggiate su superfici comode. A Philae si sbarca dalla barca, si salgono alcuni gradini e si cammina su lastricato irregolare. Alla cava il percorso sale leggermente su granito ruvido e sconnesso. Scarpe chiuse con una suola che tenga, mai infradito. Chi ha difficoltà a camminare può comunque vedere gran parte di Philae restando nel cortile e sotto il colonnato.
In barca. Il tempio si trova su un’isola e non esiste altro modo per arrivarci. La traversata dal molo è breve, si sbarca proprio davanti al tempio e con l’egittologa si concorda l’orario di rientro alla barca prima di iniziare la visita. Sull’acqua conviene tenere ferma la borsa e il cappello.
Sì, e la traversata in barca di solito è la parte che i bambini ricordano meglio. La cava dell’obelisco è invece quella che sopportano meno, perché è aperta e senza ombra: si può accorciare. Il passeggino non serve, sul lastricato e sul granito è scomodo, meglio un marsupio per i più piccoli. Portate cappellini per tutti.
Al mattino, ed è il motivo per cui questa giornata è costruita così. La luce bassa entra fra le colonne e fa risaltare i rilievi, il caldo è ancora gestibile e il molo è meno congestionato di barche. Nel pomeriggio l’isola resta bella, ma il sole è alto, le pareti si appiattiscono e la pietra scotta.
A Philae si fotografa liberamente per uso personale. Treppiedi e attrezzature professionali possono richiedere un permesso specifico, quindi se avete una dotazione seria segnalatelo prima. Alla diga invece ci sono limiti: non si riprendono gli impianti tecnici né i posti di controllo, e conviene tenere un documento a portata di mano perché ai varchi può essere richiesto.
Scrivete su WhatsApp al 201029581851 indicando le date del soggiorno ad Assuan, quante persone siete e se ci sono bambini o esigenze particolari di ritmo. L’egittologa parla italiano e la mattinata viene organizzata sui vostri orari, tenendo conto di quando arrivate in città e di cosa avete già in programma negli altri giorni.