La parete scolpita del tempio di Kom Ombo con la cornice a gola egizia e le colonne sullo sfondo, nella luce calda del tardo pomeriggio

Fotografare in Egitto: che cosa si può fare, e a che ora conviene

All’aperto si fotografa quasi sempre; nelle tombe serve un biglietto a parte e il flash è vietato. Ma il limite vero non è il permesso: è l’ora del giorno, perché il rilievo incavato esiste solo con il sole basso.

All’aperto quasi sempre sì, sottoterra è un’altra storia

Nei siti all’aperto – cortili, piloni, sale ipostile – si fotografa senza formalità particolari. È scendendo nelle tombe che le regole cambiano: negli ultimi anni serve un biglietto foto separato, alcune tombe restano off limits per la fotografia, e la regola non è identica ovunque.

Su una cosa però non c’è variabilità: il flash è vietato dove ci sono pitture. Non è una formalità, è il motivo per cui quei colori esistono ancora. I biglietti e gli orari aggiornati dei siti stanno in biglietti e orari dei templi; il supplemento per fotografare non lo stampiamo, perché è una delle voci che cambia più spesso.

Il vero limite non è il biglietto, è la luce

Si può avere il permesso e portare a casa comunque una parete piatta e illeggibile. La ragione è fisica: gran parte delle pareti esterne è scolpita in rilievo incavato, cioè scavata dentro la pietra, e quel tipo di intaglio si vede solo quando il sole è basso e riempie il solco di ombra. A mezzogiorno la stessa parete sparisce.

È lo stesso principio spiegato in come si legge la parete di un tempio. E siccome dipende dall’ora, abbiamo misurato l’ora: alba e tramonto mese per mese stanno in alba e tramonto a Luxor e ad Assuan. In inverno il sole sorge dopo l’apertura dei siti, quindi chi entra all’apertura ha la luce migliore addosso.

Che cosa cambia fra telefono e macchina fotografica

Meno di quanto si creda, in un tempio. Il telefono se la cava benissimo con le pareti illuminate di taglio, ed è più discreto dove il personale è nervoso. La differenza vera si sente al buio delle tombe, dove senza flash e senza treppiede – che di norma non si può usare – conta solo quanto è luminoso l’obiettivo.

Un accorgimento che vale più di qualsiasi attrezzatura: appoggiare. Un muro, uno stipite, il proprio zaino. In una tomba senza treppiede è l’unico modo di tenere ferma l’inquadratura abbastanza a lungo.

Le persone, e il buon senso

Fotografare i custodi, i barcaioli o i bambini di un villaggio non è come fotografare una colonna. Si chiede, e se la risposta è no si accetta. In alcuni punti molto turistici la richiesta arriva accompagnata dall’aspettativa di una mancia: come funzionano davvero lo abbiamo scritto in le mance in Egitto.

Se volete una giornata costruita sulle ore in cui i templi si fotografano davvero, invece che sull’orario del pullman, partiamo da lì: viaggi su misura.

Incavato o a risalto: due intagli che vogliono luce opposta

In un tempio egizio non c’è un solo modo di scolpire una parete, e i due che si incontrano più spesso vogliono luce diversa. Il rilievo incavato ha il contorno scavato dentro il blocco: la figura non sporge, resta nel piano del muro. Era la soluzione per l’esterno, perché regge sole e intemperie, e si accende quando una luce radente riempie di ombra il solco. Il rilievo a risalto fa l’opposto: si porta via il fondo e la figura resta sollevata. È più fragile, e infatti si trova soprattutto al riparo, nelle sale interne e nei passaggi in ombra. Con il sole basso e duro diventa sgradevole, perché ogni sporgenza allunga la sua ombra sul dettaglio accanto. Vuole luce morbida.

Riconoscerli è questione di secondi, e si fa con gli occhi, senza toccare la pietra. Guardate dove cade l’ombra sul bordo di una figura: se sta dentro il contorno e segue il taglio, è incavato; se si appoggia fuori, sul fondo intorno alla figura, è a risalto. C’è anche una regola pratica che sbaglia di rado: cortili, piloni e facciate quasi sempre incavato, stanze interne spesso a risalto.

Non basta il sole basso: conta com’è orientata la parete

L’ora giusta è una condizione necessaria, non sufficiente. Una parete guarda in una direzione sola. Nello stesso cortile, alla stessa ora, un lato è pieno di figure e quello di fronte è un foglio grigio.

Il punto che sorprende quasi tutti è che la parete migliore non è la più illuminata. Una parete che prende il sole in faccia riceve una luce uniforme e perde profondità, perché nel solco non resta ombra. Quella buona è la parete sfiorata, dove la luce corre quasi parallela alla superficie. Per capire quali sono basta guardare a terra: la vostra ombra dice da dove arriva la luce, e le pareti che si sviluppano più o meno in quella direzione sono quelle che stanno lavorando adesso.

Da qui una conseguenza pratica. L’asse di ogni tempio è fisso, quindi una certa parete ha la sua mattina e il suo pomeriggio, e fuori da quella finestra non se ne parla più fino al giorno dopo. Se siete lì per una scena precisa, decidete prima quando andarci, non quando vi capita di passarle davanti.

Le sale ipostile sono la trappola vera

La sala delle colonne è il posto dove le foto falliscono più spesso, e non per colpa di chi scatta. Queste sale prendevano luce da aperture in alto, quindi quello che avete davanti è ombra profonda tagliata da lame di sole diretto. L’occhio regge il salto senza accorgersene. Il sensore no: l’automatico fa una media, e il risultato è che le lame bruciano bianche oppure le colonne si chiudono in nero.

Le uscite oneste sono due. Accettare il contrasto ed esporre per la luce, facendo del fascio stesso il soggetto e lasciando che il resto sprofondi. Oppure scegliere un soggetto interamente in ombra, tenendo fuori inquadratura le parti che bruciano. Quello che non funziona è provare a salvare tutto: viene fuori un’immagine grigia, senza luce dentro. Se il telefono insiste a schiarire, toccate il punto più chiaro e abbassate l’esposizione a mano.

Il colore non è sparito, si è spostato in alto

Nei templi si entra convinti di guardare pietra nuda, e che il colore fosse cosa da tombe. Era dipinto tutto: pareti, colonne, soffitti, statue. Quello che cambia è che cosa è sopravvissuto. Alla portata di una mano, secoli di contatto, polvere, umidita’ e sali hanno portato via quasi ogni cosa. Più su, dove nessuno arriva e nulla scorre, il colore c’è ancora.

Quindi si guarda in alto. Soffitti, faccia inferiore degli architravi, sommità dei capitelli, incassi delle cornici, angoli dove due pareti si incontrano. Fotograficamente diventa un altro problema: è in alto, è in ombra e sul treppiede non potete contare. Si appoggiano i gomiti a una colonna, si butta fuori il fiato, si scattano più fotogrammi e se ne tiene uno. In qualche tempio la fuliggine depositata sui soffitti è stata rimossa e sotto è ricomparso il colore, ed Esna è il posto dove il risultato si vede meglio. Una volta presa l’abitudine di alzare lo sguardo, non la perdete più.

Perché il flash rovina proprio quello che siete venuti a vedere

Sul flash, la parte che si sente ripetere è il divieto. La ragione per cui viene violato lo stesso è che sembra innocuo: un lampo, una foto, che danno volete che faccia. Il danno però non sta nel singolo lampo, sta nella somma. Il pigmento è un materiale che si consuma con la luce che riceve, e non torna indietro.

C’è poi la parte di cui non parla nessuno. Anche dove nessuno vi ferma, il flash frontale vi rovina la fotografia. Sta accanto all’obiettivo, quindi illumina la parete in pieno viso, e la luce in pieno viso è esattamente quella che cancella il rilievo incavato. Ottenete una superficie piatta, dura, senza una sola ombra utile: la stessa parete di mezzogiorno, peggiorata da una macchia chiara al centro e dagli angoli spenti. Regola e buona tecnica dicono la stessa cosa, il che capita meno spesso di quanto si creda.

Vetri, passerelle e lampade: la tomba come si presenta oggi

Molte tombe decorate si visitano ormai da una passerella rialzata, con pannelli di vetro davanti alle pareti più fragili. Non è arredamento. Il respiro e l’umidità di chi entra sono il meccanismo del danno: i sali si muovono dietro l’intonaco e sollevano il colore. Per lo stesso motivo alcune tombe aprono e chiudono a rotazione.

Per chi fotografa cambia tutto. La passerella decide altezza e distanza, quindi metà della composizione l’ha già scelta qualcun altro. Il vetro restituisce riflessi: si avvicina l’obiettivo fin quasi a sfiorare il pannello, si tiene la fotocamera perpendicolare alla superficie e si controlla che lo schermo del telefono non sia la cosa più luminosa della stanza. Una manica scura, o una mano usata come paraluce, risolve più di qualsiasi impostazione.

Un’ultima cosa sulle lampade installate. Sono in genere calde e basse, e arrivano da una direzione diversa da quella per cui quelle pitture erano state pensate: erano fatte per essere guardate a lume di lampada, una fiamma piccola e mobile. È il motivo per cui certi volti, in fotografia, vengono strani. Non è la pittura, è la sorgente.

Si inquadra per registri, non per soggetti

Le pareti egizie sono organizzate in fasce orizzontali, ognuna con la propria linea di terra e separata dalle altre da una riga incisa. Una foto che taglia una fascia a metà resta illeggibile anche se è perfettamente a fuoco. Si inquadra fra le righe di separazione, prendendo la fascia intera oppure una scena completa al suo interno.

Seconda regola, più noiosa e più decisiva: tenere la fotocamera parallela alla parete. Se inclinate verso l’alto, le figure si rovesciano all’indietro e le verticali convergono; su una parete di geroglifici si vede subito e dà fastidio. Meglio arretrare e scattare frontali, anche perdendo qualcosa in cima. Dove arretrare non si può, come nelle sale profonde, spostatevi di lato e prendete la parete di scorcio: uno scorcio scelto si legge bene, una parete storta per caso no.

Domande frequenti sul fotografare in Egitto

Si possono fare foto dentro i templi egizi?

All’aperto in genere sì, senza formalità. Dentro le tombe la situazione è diversa: negli ultimi anni serve un biglietto foto a parte, e in alcune tombe non si fotografa affatto. Conviene chiederlo alla biglietteria del sito, perché cambia.

Quanto costa il biglietto per fotografare?

Non lo pubblichiamo perché è una delle voci che cambiano più spesso, e un numero vecchio è peggio di nessun numero. Ve lo confermiamo quando fissiamo il programma.

Si può usare il flash?

No, e questa è la regola più costante di tutte: nelle tombe dipinte il flash è vietato. Non è burocrazia, è conservazione del colore.

Il treppiede è ammesso?

In genere no, non senza un permesso specifico, e vale anche per i bastoni per selfie in diversi siti. Con il telefono appoggiato a un muro si ottiene comunque molto.

Qual è l’ora migliore per fotografare i templi?

Presto o tardi, quando il sole è basso: il rilievo incavato si legge solo con la luce radente. Gli orari esatti di alba e tramonto, mese per mese, li abbiamo misurati.

Altre domande frequenti

Perché la stessa parete viene bene la mattina e male il pomeriggio?

Perché non conta solo quanto è basso il sole, conta da dove arriva rispetto a quella superficie. Il rilievo si vede quando la luce corre quasi parallela alla pietra e lascia l’ombra dentro il solco. Poche ore dopo la stessa parete riceve il sole in faccia, oppure finisce in ombra piatta, e le figure spariscono. Nel dubbio avvicinatevi e guardate il bordo di una figura: se dentro il solco non resta ombra, quella parete in quel momento non ha niente da dare.

Come si fotografa attraverso il vetro senza riflessi?

Il riflesso è sempre qualcosa che sta dietro di voi, quindi la prima mossa è girarsi e capire che cos’è: spesso basta spostarsi di un passo e sparisce. Aiuta schermare intorno all’obiettivo con una mano o con una manica scura, e abbassare la luminosità dello schermo del telefono, che spesso è proprio lui la sorgente che vedete rimbalzare sul vetro.

Perché i colori di una tomba cambiano da uno scatto all’altro?

Perché la luce è mista: le lampade installate sono calde, dall’ingresso arriva luce di giornata, e il bilanciamento automatico decide ogni volta da capo. Due foto della stessa parete escono una arancione e una grigiastra. Se la fotocamera lo permette, si blocca il bilanciamento del bianco prima di cominciare; con il telefono conviene scattare tutto nelle stesse condizioni e correggere dopo, applicando la stessa correzione a tutte.

Serve un grandangolo spinto?

Nelle sale strette aiuta, perché indietro non si può andare. Sulle pareti però lavora contro di voi: più è spinto, più la parete si deforma verso i bordi e le figure agli angoli si allungano. Un grandangolo moderato copre quasi tutto; per una scena o una fascia di parete, una focale normale tenuta frontale restituisce proporzioni molto più oneste.

Volete i templi nelle ore in cui si fotografano davvero? Diteci le date: costruiamo la giornata sulla luce, con una guida egittologa di lingua italiana.

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