Le colonne coperte di rilievi della grande sala ipostila di Karnak, con alcuni visitatori in fondo alla navata centrale

Papiro, palma o loto: leggere le colonne di un tempio egizio

Le colonne di un tempio egizio non sono pilastri decorati: sono piante. Tre forme in testa bastano a smettere di vederle tutte uguali, e a capire perché la sala è costruita così.

Sono piante, e non è una metafora

Il fusto di una colonna egizia imita un fascio di steli legati insieme, e il capitello in cima imita quello che quegli steli portano: un fiore, un bocciolo, una corona di foglie. Non è decorazione applicata a un pilastro: è la forma stessa del sostegno. Perché quelle figure siano disegnate così – testa di lato, spalle di fronte – lo spieghiamo in perché le figure egizie sono di profilo.

Il senso complessivo lo si capisce guardando l’insieme invece del dettaglio. Una sala colonnata rappresenta una palude: piante che salgono dal pavimento fino al soffitto, che a sua volta è spesso dipinto di stelle. Dove sta questa sala dentro l’edificio lo abbiamo spiegato in la pianta che tutti i templi hanno in comune.

Le tre forme che bastano a riconoscere quasi tutto

Papiro: il più comune. Se il capitello è stretto in cima e si allarga in basso è un bocciolo chiuso; se si apre a campana verso l’alto è l’ombrella del papiro aperto. Palma: una corona di foglie che si divaricano, molto riconoscibile perché sembra davvero una palma vista da sotto. Loto: più raro e più appuntito del papiro.

Da lì in poi si trovano combinazioni, e più si va avanti nel tempo più diventano elaborate: capitelli compositi che mescolano fiori e foglie sullo stesso pezzo. A Esna ce ne sono ventiquattro e non se ne ripete uno.

Il dettaglio che spiega perché la sala è fatta così

Nelle grandi sale ipostile le colonne non sono tutte uguali in altezza: quelle della navata centrale sono più alte di quelle laterali. Non è un capriccio: quel dislivello lasciava spazio a finestre in pietra traforata fra i due livelli del soffitto, ed era l’unico modo di illuminare l’interno.

Spesso i capitelli seguono quella divisione: aperti e a campana al centro, chiusi a bocciolo ai lati. Una volta notato, in un posto come Karnak non si riesce più a non vederlo.

Il capitello che ha una faccia

Esiste un tipo che non imita nessuna pianta: il capitello hathorico, con il volto della dea Hathor scolpito su tutti e quattro i lati, riconoscibile dalle orecchie bovine. È la firma visiva di Dendera, dove accompagna il visitatore per tutta la sala d’ingresso.

Se questa è la parte che vi interessa, le pareti si leggono con un metodo diverso e altrettanto semplice: sta in come si legge la parete di un tempio. E se volete qualcuno che ve li indichi sul posto, partiamo da viaggi su misura.

Guarda la base e il collo, non solo la cima

L’occhio va sempre in alto, ed è un peccato, perché la metà bassa della colonna racconta la stessa storia con più calma. Alla base di molti fusti ci sono foglie triangolari appuntite che salgono per un tratto e poi si fermano: sono le guaine che avvolgono il piede dello stelo.

Poi risali con lo sguardo. Su parecchie colonne il fusto non è liscio ma diviso in lobi verticali affiancati, arrotondati, che si contano a occhio senza sforzo. Ogni lobo è uno stelo del fascio. Dove il gambo vero ha una sezione a spigoli, lo scultore ha reso anche quelli.

Subito sotto il capitello trovi quasi sempre alcune fasce orizzontali strette e ripetute. È la corda che tiene insieme il mazzo. Una volta che l’hai vista, la colonna si legge dal basso verso l’alto come piede, steli, legatura, fiore.

Il blocco quadrato sopra il fiore

Sopra il capitello, quasi ovunque, c’è un blocco squadrato e spoglio. Non imita niente e non racconta niente. Sta lì per un motivo pratico: un fiore tondo non può ricevere una trave dritta.

L’architrave è un elemento di pietra, pesante e rigido, e ha bisogno di un appoggio piano e squadrato. Quel blocco è l’appoggio. È il punto esatto in cui la pianta finisce e ricomincia l’edificio, ed è anche il motivo per cui i capitelli aperti hanno la bocca larga ma la cima piatta.

Spesso porta inciso il nome del re. Se la luce ti impedisce di leggere la forma del capitello, guarda il blocco: ti dice dove poggiava la trave e in che direzione correvano le lastre del soffitto.

Quante colonne, e perché stanno così vicine

Quell’impressione di bosco fitto dipende da come si regge il tetto. Nelle sale in pietra l’arco non entra in gioco: il tetto è fatto di lastre appoggiate su travi, e il materiale è sempre pietra.

La pietra lavora male quando viene tirata, quindi le travi restano corte. Travi corte vogliono dire appoggi ravvicinati, e carichi pesanti vogliono dire fusti grossi. Da qui la densità: colonne larghe, vicine, ripetute.

L’effetto visibile è che non vedi mai la sala intera. Le prospettive si aprono e si chiudono mentre cammini, e bastano due passi di lato per cambiare completamente la composizione. Conviene attraversarla piano, invece di fotografarla dalla soglia.

Colonna, pilastro, figura addossata: non è la stessa cosa

Non tutto ciò che sta in piedi in un tempio è una colonna. I pilastri quadrati sono comuni, e un pilastro non ha capitello: il fusto arriva in cima e incontra direttamente l’architrave, senza allargarsi.

Poi ci sono i pilastri con una figura regale addossata, in piedi, le braccia incrociate sul petto. Sembrano statue che reggono il tetto, ma il peso lo porta il pilastro dietro; la figura è applicata davanti, ed è scultura, non struttura.

Esistono infine le colonne addossate a un muro e i muretti che chiudono lo spazio fra una colonna e l’altra nelle facciate. Regola pratica: capitello vegetale e fusto libero, è colonna; cima piatta e sezione quadrata, è pilastro.

L’errore più comune è chiamare tutto loto

Il loto è il fiore che tutti associano all’Egitto, e la parola finisce per coprire qualsiasi capitello. Nella maggior parte delle sale, però, la forma che domina è un’altra.

L’equivoco resiste perché il loto compare di continuo nelle scene dipinte, in mano alle figure e sui tavoli delle offerte. L’occhio lo trova sulle pareti e lo trasferisce alle colonne. A distanza, poi, un bocciolo chiuso somiglia a un altro bocciolo chiuso: la differenza sta nel profilo, più stretto e più affusolato.

C’è un secondo equivoco, più insidioso. Molti leggono il capitello chiuso come antico e quello aperto come tardo, come se la forma fosse una cronologia. Nella stessa sala i due si alternano secondo la posizione: spesso dicono dove ti trovi, non quando sono stati scolpiti.

Il colore che è rimasto

Questi capitelli erano dipinti. La pietra nuda che vediamo oggi è uno stato di arrivo, non il risultato voluto da chi li ha costruiti.

Il colore sopravvive dove la superficie è rimasta al riparo: nei sottosquadri, dentro la campana dei capitelli aperti, in fondo alle scanalature, nella fascia d’ombra sotto l’architrave. Guarda in alto e verso l’interno, non la faccia esposta.

Cambia parecchio la lettura. Con il colore il capitello si riconosce come pianta in un istante; senza, diventa un volume astratto e le parti si confondono. La pittura separava cose che nella pietra chiara scivolano l’una nell’altra, come le fasce della legatura e gli steli che stanno sotto.

Le colonne non stanno tutte come sono state trovate

Molte colonne in piedi sono state rimontate. Sono fatte di rocchi sovrapposti, quindi crollano a pezzi e si rialzano a pezzi, e la ricomposizione lascia tracce del tutto leggibili.

Cerca le linee orizzontali che tagliano le scene a metà, i blocchi con la superficie più pulita e gli spigoli più netti, le fughe chiare fra un rocchio e l’altro. Il materiale nuovo di solito viene lasciato liscio e senza incisioni, proprio perché si distingua dall’antico.

Sui fusti trovi anche riscritture antiche: nomi incisi sopra nomi precedenti, a volte più profondi, con i bordi che si sovrappongono male. Non è un danno, è la storia del monumento, e spiega perché certe superfici sembrano così affollate.

Cosa confrontare passando da un tempio all’altro

Un tempio solo ti mostra un repertorio. Due templi ti mostrano un sistema, ed è lì che le forme smettono di essere nomi da ricordare e diventano scelte di chi ha costruito.

Nelle grandi sale più antiche i tipi sono pochi e si ripetono con ordine, quasi con severità. Nei templi costruiti più tardi i capitelli diventano inventivi: foglie e fiori mescolati, fasce sovrapposte, corone che cambiano da un sostegno al successivo.

Quattro domande bastano ovunque. Quanti tipi diversi ci sono in questa sala? Il tipo cambia fra il centro e i lati? Il fusto è liscio o a lobi? Il blocco sopra il capitello porta un nome? Rispondi a queste e avrai già letto l’architettura meglio di quasi tutti quelli che ti camminano accanto.

Fotografare un capitello senza portarsi a casa una sagoma nera

Il problema è sempre lo stesso: il capitello sta in alto, dietro c’è il cielo, e la macchina espone per il cielo. Risultato, una silhouette scura in cui non si distingue né il fiore né il bocciolo. Due accorgimenti bastano quasi sempre. Il primo è misurare la luce sulla pietra e non sullo sfondo, accettando che il cielo esca slavato: quello che interessa è la forma, non l’azzurro. Il secondo è cambiare posizione invece che impostazioni, mettendosi dove una parete o un architrave rimanda luce riflessa sul capitello, che è anche il punto in cui sopravvive il colore. Nelle sale coperte, dove la luce entra di lato, i capitelli si leggono molto meglio che nei cortili aperti: il tempio di Luxor con il suo colonnato è un buon banco di prova. Il resto del metodo è in come fotografare templi e tombe in Egitto.

Domande frequenti sui capitelli delle colonne egizie

Perché le colonne egizie sembrano piante?

Perché lo sono, nell’intenzione: il fusto imita un fascio di steli e il capitello un fiore o una foglia. La sala colonnata rappresenta una palude stilizzata, con le piante che salgono dal pavimento verso il soffitto.

Che differenza c’è fra capitello chiuso e aperto?

Il capitello chiuso è un bocciolo, quello aperto un fiore sbocciato o un’ombrella di papiro. Nelle grandi sale spesso convivono: aperti al centro, chiusi ai lati.

Che cos’è un capitello hathorico?

Un capitello con il volto della dea Hathor scolpito sui quattro lati, riconoscibile per le orecchie bovine. È la firma visiva di Dendera.

Si riconoscono a occhio nudo?

Sì, ed è la parte bella: bastano tre forme in testa – papiro, palma, loto – per smettere di vedere colonne tutte uguali. A Esna nessun capitello ripete il precedente.

Perché al centro le colonne sono più alte?

Perché quel dislivello serviva a far entrare la luce da finestre poste fra i due livelli del soffitto. La forma dei capitelli segue quella scelta strutturale.

Altre domande frequenti

Come si distingue una colonna da un pilastro?

Guarda la cima. La colonna si allarga in un capitello che imita una pianta, mentre il pilastro arriva in alto con la stessa sezione quadrata e incontra l’architrave senza allargarsi. Le figure regali addossate ad alcuni pilastri non cambiano la risposta: restano scultura, non sostegno.

Da cosa si capisce che una colonna è stata rimontata?

Dalle giunzioni. Un fusto è fatto di rocchi impilati, quindi quando viene rialzato le scene incise non tornano mai a combaciare del tutto: cerca il salto di allineamento fra un blocco e quello sopra, e le zone di pietra lasciate volutamente spoglie dove il pezzo originale mancava.

Dove si vedono ancora i colori originali?

Nei punti che la luce diretta non raggiunge. Basta infilare lo sguardo sotto un aggetto, o dentro la campana di un capitello aperto, per trovare tracce di pittura che sulla faccia esposta sono sparite. Sulle superfici esposte il colore se n’è andato quasi ovunque, quindi conviene guardare verso l’alto e verso l’interno anziché la faccia che prende luce.

I biglietti d’ingresso ai templi sono compresi?

Dipende dalla formula. Le escursioni di giornata comprendono gli ingressi ai siti previsti nel programma, mentre la visita a un singolo monumento in genere non li include. È il tipo di dettaglio da chiarire prima di partire, scrivendo su WhatsApp e indicando quali templi vuoi vedere.

Volete che qualcuno vi indichi queste cose mentre le guardate? Diteci le date: mettiamo una guida egittologa di lingua italiana accanto a voi.

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