
Il deserto occidentale e le oasi egiziane: Siwa, Bahariya, il Deserto Bianco, Farafra, Dakhla e Kharga, come si raggiungono e quanti giorni servono
Due terzi dell’Egitto non sono il Nilo: sono il deserto occidentale, un altopiano di calcare e sabbia grande quanto la Francia che va dalla valle fino alla Libia, e che quasi nessun viaggiatore vede. Dentro ci sono cinque oasi, Siwa, Bahariya, Farafra, Dakhla e Kharga, con i palmeti, le sorgenti calde, i villaggi di fango e le tombe dei faraoni e dei romani, e fra Bahariya e Farafra c’è il Deserto Bianco, un campo di sculture di gesso che è il paesaggio più strano del paese. Questa guida dice che cosa c’è in ogni oasi, come ci si arriva dal Cairo, quanti giorni chiede ciascuna, quando andare, com’è la notte nel deserto e a chi conviene aggiungerla al viaggio sul Nilo.
La geografia: un altopiano, cinque depressioni
Il deserto occidentale è il pezzo egiziano del Sahara, e a differenza del deserto orientale, quello fra il Nilo e il Mar Rosso, che è fatto di montagne, è un tavolato di calcare e di arenaria quasi piatto, con il mare di sabbia più grande del mondo nel suo angolo di sud-ovest. In questo tavolato il vento e l’acqua di milioni di anni fa hanno scavato delle conche, e sul fondo delle conche la falda profonda, un’acqua caduta quando il Sahara era verde, arriva in superficie: quelle sono le oasi. Sono grandi, non il ciuffo di palme dei fumetti: Kharga è lunga duecento chilometri, Dakhla ha decine di villaggi, Siwa ha un lago e trecentomila palme.
Le oasi si dispongono a semicerchio intorno al Nilo. Da nord: Siwa, isolata a nord-ovest a cinquanta chilometri dalla Libia; poi in fila verso sud Bahariya, Farafra, Dakhla e Kharga, collegate da una strada asfaltata che parte dal Cairo e ritorna sul Nilo, la cosiddetta strada ad anello delle oasi. A parte, e più vicina, c’è la depressione del Fayyum, a due ore dal Cairo, che è alimentata da un canale del Nilo e non dalla falda, e che descriviamo in l’oasi del Fayyum. Chi vuole vedere dove il deserto finisce e il verde comincia, senza andare lontano, lo trova in il limite del deserto.
Le oasi non sono un’invenzione del turismo: erano abitate nel Neolitico, i faraoni ci mandavano i governatori e ci coltivavano l’uva e i datteri, i persiani e i romani le presidiavano con le fortezze contro le razzie dal deserto, e i cristiani copti e poi l’Islam ci hanno lasciato chiese, necropoli e città di fango. Ogni oasi ha la sua storia visibile, e questo le distingue dal deserto puro, che è paesaggio e basta.
Bahariya e il Deserto Bianco e Nero
Bahariya è l’oasi più vicina al Cairo, circa quattro ore di strada verso sud-ovest, ed è per questo la porta di ingresso di quasi tutti. Il capoluogo, Bawiti, è un paese di terra e palme fra le colline nere; intorno ci sono le sorgenti calde in cui i beduini si fanno il bagno la sera, le tombe dipinte di epoca tarda, e il piccolo museo con le mummie dorate trovate negli anni novanta in una necropoli greco-romana enorme, la cosiddetta valle delle mummie d’oro, che fece parlare il mondo.
Ma Bahariya è soprattutto la base per il Deserto Nero e il Deserto Bianco, che stanno lungo la strada verso Farafra. Il Deserto Nero è una distesa di colline coniche coperte di pietre scure di origine vulcanica, e si attraversa in un’ora salendo su una di esse per la vista. Poi la strada passa il Crystal Mountain, una cresta di cristalli di calcite che luccica, scende fra le dune e i monoliti di Aqabat, ed entra nel Deserto Bianco: un campo di sculture di gesso bianco, alte come case, scolpite dal vento in forme che sembrano funghi, galline, cammelli, iceberg, sparse su una pianura color crema che al tramonto diventa rosa e con la luna diventa un paesaggio di neve. È un parco nazionale, e non somiglia a nessun altro posto in Egitto.
La formula classica è di due giorni e una notte: partenza dal Cairo la mattina, Bahariya a pranzo, il Deserto Nero e il Crystal Mountain nel pomeriggio, il campo nel Deserto Bianco per il tramonto, la cena e la notte, e il rientro al Cairo il giorno dopo passando dalle sorgenti. Chi ha un terzo giorno lo spende fra le dune del mare di sabbia oltre Farafra, o a Bahariya con calma. Fra tutte le gite dalla capitale, le escursioni dal Cairo, questa è l’unica che cambia davvero il viaggio.

Siwa, l’oasi dell’oracolo
Siwa è l’oasi più lontana e la più diversa: sta a nord-ovest, verso la Libia, e i suoi abitanti sono berberi, parlano una lingua loro, e hanno vissuto per secoli quasi senza contatti con il resto dell’Egitto. Qui venne Alessandro Magno nel 331 avanti Cristo per consultare l’oracolo di Amon, che lo dichiarò figlio del dio; il tempio dell’oracolo, in rovina su una collina fra le palme, è ancora lì, con la vista sul lago salato e sulle dune del mare di sabbia.
Il resto di Siwa è un mondo a sé: la città vecchia di Shali, una fortezza di fango e sale che una pioggia del 1926 sciolse e che oggi è una rovina abitata ai margini; il bagno di Cleopatra, una sorgente di pietra in cui si fa il bagno; le tombe rupestri della montagna dei morti, con le pitture greco-egizie; i laghi salati in cui si galleggia come nel Mar Morto; il tramonto sull’isola di Fatnas; e le dune del Grande mare di sabbia, che cominciano appena fuori dal paese e su cui si va in fuoristrada, con le sorgenti fredde nascoste in mezzo alla sabbia e i fossili marini. I datteri e le olive di Siwa sono i più buoni dell’Egitto, e il paese vive ancora di quelli.
Siwa non si fa in giornata da nessun posto. Dal Cairo sono circa dieci ore di strada lungo la costa fino a Marsa Matruh e poi trecento chilometri verso sud nel deserto; la pista diretta fra Bahariya e Siwa, che un tempo era la traversata più bella, oggi è chiusa ai viaggiatori. Servono tre giorni pieni sul posto più i due di strada, e Siwa vale ognuno di quei giorni; ma è un viaggio da seconda volta, o da chi ha due settimane, e va scelta sapendo che è lontana da tutto il resto.
Farafra, la più piccola
Farafra è l’oasi più piccola e più isolata delle quattro del sud, un paese bianco con i palmeti e le sorgenti calde, a un’ora e mezza a sud del Deserto Bianco. Chi dorme nel Deserto Bianco spesso non entra nemmeno a Farafra; chi fa il giro delle oasi ci passa per una sorgente e per la casa museo di un artista locale che ha scolpito la sua oasi in argilla. È soprattutto una tappa, ma una tappa che dà l’idea di quanto queste comunità siano state sole: fino a pochi decenni fa ci si arrivava in giorni di cammello.
Da Farafra la strada scende verso Dakhla per quattro ore fra un deserto di sabbia e tavolati, con le dune che ogni tanto invadono l’asfalto e le squadre che le spalano, e con i posti di blocco che segnano il ritmo del viaggio. È la parte del giro in cui si capisce che cos’è il deserto: niente, per ore, e poi un filo verde all’orizzonte.

Dakhla, la più bella
Dakhla è, per chi le ha viste tutte, l’oasi più bella: una lunga conca sotto una parete di roccia rosa, con i palmeti, i campi di riso e le risaie, i villaggi di fango e più di una dozzina di paesi. Il suo gioiello è Al Qasr, una città medievale di mattoni crudi con i vicoli coperti, le porte con le architravi scolpite di nomi e di date, la moschea con il minareto di legno e una parte ancora abitata: è il villaggio islamico meglio conservato d’Egitto, e si visita con un abitante che apre le porte.
Intorno ci sono le tombe di Muzawaka, dipinte in età romana con gli zodiaci e le divinità egizie con la toga; il tempio di Deir el-Hagar, romano, restaurato in mezzo alla sabbia, con i nomi di Nerone e Tito nei cartigli; le sorgenti calde in cui si fa il bagno la sera; il villaggio di Balat con la sua necropoli dell’Antico Regno, dove i governatori delle oasi si facevano seppellire come i faraoni; e le dune sul bordo della conca, per il tramonto. Dakhla chiede un giorno pieno, e con due si sta meglio: è l’oasi in cui i viaggiatori si fermano volentieri.
Kharga e la strada verso il Nilo
Kharga è l’oasi più grande e la più moderna, con il capoluogo omonimo che è una cittadina vera, con i viali e i palazzi, e per questo la meno pittoresca. Ma ha i monumenti più importanti: il tempio di Hibis, l’unico tempio persiano d’Egitto, costruito da Dario, in arenaria fra le palme; la necropoli di Bagawat, un cimitero cristiano dei primi secoli con centinaia di cappelle di mattoni a cupola e gli affreschi delle storie della Bibbia, uno dei più antichi del mondo; e lungo la conca una fila di fortezze romane di fango, alte come palazzi, che presidiavano la via delle carovane, la Darb el-Arbain, la strada dei quaranta giorni che dal Sudan portava gli schiavi e l’avorio al Nilo.
Da Kharga la strada esce dal deserto e in tre o quattro ore arriva sul Nilo, a Luxor o ad Assiut: è il modo in cui il giro delle oasi si chiude, e in cui un viaggio nel deserto diventa l’inizio di uno sul fiume. Chi fa l’anello completo dal Cairo, Bahariya, il Deserto Bianco, Farafra, Dakhla, Kharga e Luxor, impiega cinque o sei giorni e vede l’Egitto che i faraoni chiamavano la terra dei vivi da un lato e quella dei morti dall’altro, prima ancora di salire sulla nave: la crociera sul Nilo.

Come si raggiungono: strade, tempi, giorni
Le oasi si raggiungono solo su strada, con l’auto privata e l’autista, e nel deserto con il fuoristrada. Non ci sono voli di linea sulle oasi, e i pullman pubblici esistono ma sono lenti, notturni e senza fermate dove serve. Le distanze che contano, dal Cairo, in ore di strada e non in chilometri:
- Bahariya: circa quattro ore. Il Deserto Bianco un’ora e mezza oltre. Formula minima: due giorni e una notte.
- Siwa: circa dieci ore per la costa (la pista diretta da Bahariya oggi è chiusa). Formula minima: cinque giorni, tre sul posto.
- Farafra: circa sei ore. Si fa passando, nel giro delle oasi.
- Dakhla: circa nove o dieci ore, quasi sempre come tappa del giro. Un giorno pieno sul posto, meglio due.
- Kharga: circa sette ore dal Cairo per la strada diretta, o tre o quattro da Luxor e da Assiut, da cui è la gita nel deserto più facile per chi è già sul Nilo.
- Il giro completo dal Cairo a Luxor per le quattro oasi: cinque o sei giorni, con le notti a Bahariya o nel Deserto Bianco, a Dakhla e a Kharga.
La strada del deserto ha i posti di blocco, in cui l’autista mostra i documenti e la lista dei passeggeri, e per alcune piste, come le zone più remote del mare di sabbia, servono permessi che si chiedono in anticipo e che possono essere negati: è una delle ragioni per cui il deserto si fa con un’agenzia e non con l’auto a noleggio. L’altra ragione è che nel deserto un’auto normale si insabbia, e chi la guida deve sapere leggere la sabbia, portare l’acqua, e conoscere la pista senza segnali.

La notte nel deserto e la stagione
La notte nel Deserto Bianco è il motivo per cui si va. Il campo si monta al tramonto, fra le sculture di gesso: una tenda aperta di teli beduini per il vento, i tappeti, i materassi, il fuoco. Gli autisti, che sono quasi sempre beduini di Bahariya e che cucinano da sempre, preparano la cena sulla brace, pollo o verdure con il riso, e il tè dopo, e suonano il tamburo se hanno voglia. Poi il buio: un cielo senza una luce artificiale per cento chilometri, con la Via Lattea e le stelle cadenti, e il silenzio totale, con al massimo un fennec, la volpe del deserto, che viene a vedere cosa c’è da mangiare. La mattina l’alba tinge il gesso di rosa e di oro, e si capisce perché il posto ha il nome che ha.
Non c’è la doccia, il bagno è dietro una duna, e la temperatura di notte scende: in inverno arriva vicino allo zero, e il sacco a pelo pesante che portiamo non è un lusso. Non è un’esperienza per chi ha bisogno del comfort, e lo diciamo prima; è un’esperienza per chi vuole un ricordo che i templi non danno. Chi non vuole dormire fuori dorme a Bahariya, in un albergo semplice con le sorgenti, e vede il Deserto Bianco in giornata, perdendo il tramonto e l’alba.
La stagione è quella del deserto, e non quella del Nilo: da ottobre ad aprile. In estate il deserto occidentale supera i quaranta gradi all’ombra, e l’ombra non c’è; nessuno organizza i campi, e a ragione. Marzo e aprile hanno le tempeste di sabbia occasionali, che possono costringere a cambiare programma. Il periodo perfetto è da novembre a febbraio, con le giornate tiepide e le notti fredde ma limpidissime. Il quadro delle stagioni del paese, per incastrare il deserto con il resto, è in quando andare in Alto Egitto, e che cosa mettere nello zaino, con la giacca per la notte, in la valigia per l’Egitto.


A chi conviene, e come si combina con il Nilo
Il deserto occidentale non è per tutti i viaggi, e la scelta dipende dai giorni.
- Primo viaggio, una settimana: no, o solo se si è disposti a togliere un giorno al Cairo. Il Nilo viene prima.
- Dieci giorni: sì, con i due giorni del Deserto Bianco aggiunti al Cairo prima di scendere a Luxor. È la combinazione più riuscita, e quella che consigliamo: Egitto in 10 giorni.
- Due settimane o un secondo viaggio: il giro delle oasi dal Cairo a Luxor con la crociera dopo, oppure Siwa da sola, con la costa.
- Chi ama i deserti, la fotografia, le stelle: sì sempre, ed è questo il viaggio, non il Nilo.
- Famiglie con bambini piccoli, chi ha problemi di mobilità: il Deserto Bianco in giornata da Bahariya, con la notte in albergo, sì; la notte al campo e le piste lunghe, meglio di no. Le nostre indicazioni per chi viaggia con i piccoli sono in l’Egitto con i bambini.
Il deserto è anche il contrappunto giusto al fiume: dopo i templi, le folle e le navi, due giorni in cui non c’è nessuno e non c’è niente da visitare rimettono in prospettiva tutto il resto. Chi ha fatto l’Egitto in questo modo lo racconta sempre partendo dal deserto. Le altre gite dal Cairo, con i tempi reali, sono in escursioni dal Cairo, e la mappa con le oasi al loro posto in mappa turistica dell’Egitto.
Domande frequenti
Che cos’è il deserto occidentale?
È la parte del Sahara che sta a ovest del Nilo, due terzi dell’Egitto: un altopiano di calcare e sabbia grande quanto la Francia, quasi vuoto, in cui cinque depressioni con acqua di falda, le oasi, tengono in vita paesi, palmeti e coltivazioni da prima dei faraoni.
Quali sono le oasi dell’Egitto?
Cinque grandi: Siwa a nord-ovest, verso la Libia; Bahariya, Farafra, Dakhla e Kharga in fila da nord a sud lungo la strada ad anello che parte dal Cairo e torna sul Nilo a Luxor o ad Assiut. Il Fayyum, a due ore dal Cairo, è una depressione a parte, collegata al Nilo.
Quanti giorni servono?
Due giorni e una notte bastano per Bahariya con il Deserto Bianco e Nero, l’escursione più fatta. Siwa da sola chiede tre giorni pieni più i due di strada. Il giro completo delle quattro oasi del sud, dal Cairo a Luxor, chiede cinque o sei giorni.
Come si arriva a Siwa?
Solo su strada: dal Cairo sono circa dieci ore, passando per la costa e Marsa Matruh. La pista diretta da Bahariya oggi è chiusa ai viaggiatori. Non c’è un aeroporto per i voli di linea.
Si dorme davvero nel deserto?
Sì, ed è la parte che si ricorda: un campo con tende o solo con i materassi sotto le stelle, la cena sul fuoco preparata dagli autisti beduini, il silenzio, e l’alba sul gesso bianco. Con il freddo della notte, che in inverno sorprende, e un sacco a pelo che noi portiamo.
Quando andare?
Da ottobre ad aprile. L’estate nel deserto supera i quaranta gradi all’ombra, e l’ombra non c’è; l’inverno ha giornate tiepide e notti fredde, che nel Deserto Bianco possono scendere vicino allo zero.
È sicuro?
Le oasi e le piste turistiche si visitano regolarmente, sempre con un’agenzia e un autista che conosce il deserto, mai da soli: nel deserto non ci si improvvisa, e alcune zone di confine restano chiuse. Le condizioni si verificano prima della partenza, e noi lo facciamo per voi.
Si può combinare con il Nilo?
Sì: il Deserto Bianco si aggiunge a un viaggio classico con due giorni dal Cairo, e la strada delle oasi del sud sbocca a Luxor, da dove si prende la crociera. Chi ha dieci giorni o più ci sta comodo.