Sulla riva ovest di Luxor, sulle colline che dominano la piana, si aprono centinaia di tombe scavate per i funzionari, i sacerdoti e i notabili dell’antico Egitto. A differenza delle sepolture reali, cariche di testi religiosi, qui le pareti raccontano la vita di tutti i giorni, con una freschezza e dei colori che sorprendono ogni visitatore. Che cosa si vede su quelle pareti, e perché è diverso dalle tombe reali, lo abbiamo raccontato in dove l’Egitto dipinse la vita di tutti i giorni.
In breve
Immagini dei luoghi inclusi nell’esperienza.
Le persone sepolte qui non erano re, ma i personaggi che facevano funzionare l’Egitto: visir, scribi, sacerdoti, sovrintendenti ai granai e ai campi. Le loro tombe, più piccole di quelle reali, riflettono comunque il prestigio raggiunto in vita e il desiderio di portare con sé, nell’aldilà, il ricordo del mondo che avevano conosciuto.

È questa la grande particolarità delle Tombe dei Nobili. Sulle pareti si vedono contadini che arano e raccolgono, pescatori e cacciatori nelle paludi, banchetti con musica e danza, artigiani al lavoro. Sono immagini vivaci e umane, che ci mostrano come si viveva davvero lungo il Nilo migliaia di anni fa, molto più delle solenni scene dei templi.

Alcune tombe, come quelle di Sennefer, Nakht o Rekhmire, conservano pitture dai colori straordinariamente vivi. La tomba di Sennefer e celebre per il soffitto dipinto a pergolato di vite, che le e valso il nome di tomba delle vigne. Ogni sepoltura ha un suo carattere, e la visita permette di scoprire dettagli diversi da una all’altra.

Le tombe si trovano sulla riva ovest e si raggruppano in piccole aree visitabili con un unico biglietto per gruppo di tombe. Si abbinano facilmente alla Valle dei Re e al tempio di Hatshepsut nella stessa giornata. Ti aiutiamo a scegliere quali tombe visitare in base ai tuoi interessi.

Durata indicativa: mezza giornata. Quali tombe visitare, gli orari e i dettagli inclusi vengono concordati con te su WhatsApp prima della prenotazione, così da costruire l’escursione intorno ai tuoi interessi.
Le Tombe dei Nobili si visitano bene tutto l’anno, con il clima migliore tra ottobre e aprile. Conviene arrivare al mattino, quando la luce e piacevole e i siti sono meno affollati. Porta acqua, cappello e scarpe comode.


Arrivati sul posto si scopre che ogni tomba ha due identità: il nome della persona sepolta e un numero, che compare sui cartelli, sulle piantine e nelle conversazioni con i custodi. Il nome è la parte instabile, perché la stessa parola egizia si trascrive in modi diversi a seconda della lingua e dell’epoca in cui è stata scritta la guida che state consultando. Il numero, invece, non cambia mai.
La conseguenza pratica è semplice. Se avete letto di una tomba e volete essere sicuri di vedere quella, annotatevi il numero insieme al nome: è l’unico riferimento che regge il passaggio da un libro a un cartello a una persona che parla un’altra lingua. Vale la stessa attenzione per capire dove ci si trova sulla mappa della necropoli, e la differenza fra riva est e riva ovest di Luxor serve a orientarsi prima ancora di partire. Su come sono organizzati gli accessi ai monumenti della zona, il quadro sta in biglietti e orari dei templi dell’Alto Egitto.
Alti funzionari, sacerdoti e notabili dell’antico Egitto, non faraoni. Per questo le decorazioni raccontano soprattutto la vita quotidiana.
Le tombe reali sono coperte di testi religiosi, mentre quelle dei nobili mostrano scene di vita di tutti i giorni, con colori spesso molto vivaci.
Per visitare con calma alcune tombe servono in genere una o due ore, a cui si aggiunge il tempo del trasferimento da Luxor.
Sì, si visitano spesso insieme alla Valle dei Re e al tempio di Hatshepsut sulla riva ovest.
Scrivici su WhatsApp per organizzare la tua visita alle Tombe dei Nobili
Le pareti non si guardano come si guarda un quadro. Sono divise in fasce sovrapposte, e ogni fascia procede in una direzione sola. Cerca da che parte guardano le facce delle figure: da lì parte la sequenza. Capito quel meccanismo, quello che sembrava un affollamento di figurine diventa un racconto con un inizio e una fine.
La seconda chiave è la dimensione. Chi conta di più è disegnato più grande, sempre. Il proprietario della tomba domina la parete, la moglie gli arriva alla spalla, contadini e servitori sono piccoli e numerosi. Non è imperizia del disegnatore, è una gerarchia messa in figura, e funziona come una didascalia.
Terza chiave: i geroglifici accanto alle teste non sono decorazione. Sono nomi, titoli e spesso brevi frasi dette dai personaggi. Chiedi alla guida di leggerne due o tre ad alta voce. Sentire il nome di un mietitore morto migliaia di anni fa cambia il modo in cui guardi tutto il resto.
Il soffitto, prima di tutto. Quasi nessuno alza la testa, e qui i soffitti sono coperti di motivi geometrici, spirali, greche, tessuti dipinti a imitazione delle stuoie appese. Spesso sono le superfici in condizioni migliori, perché nessuno le ha mai sfiorate passando.
Poi gli angoli bassi delle scene. Sotto le sedie dei banchetti si nasconde quasi sempre un animale: un gatto che rosicchia, un’oca, una scimmietta legata alla gamba della sedia. Nelle scene di palude, sotto la linea dell’acqua, i pesci sono dipinti con una precisione che permette di riconoscere la specie.
E infine il lavoro interrotto. In alcune tombe il disegno si ferma a metà e restano in vista le linee rosse tracciate a mano libera, la griglia usata per impostare le proporzioni, le correzioni segnate in nero sopra il primo tratto. È la cosa più emozionante che ci sia da vedere qui dentro, e sta quasi sempre in un angolo che i gruppi attraversano senza fermarsi.

È l’equivoco più comune su queste tombe. Le pareti non sono un reportage sull’Egitto del tempo, e leggerle come un documentario fa perdere metà del significato. Restano sepolture: tutto quello che è dipinto serve a garantire al defunto un mondo che continua a funzionare per sempre.
Per questo il campo dà sempre un raccolto abbondante, la caccia riesce sempre, il banchetto non finisce mai. Nessuno è malato, nessuno invecchia, nessuno perde il raccolto. È la realtà corretta in meglio e fissata sulla parete perché resti vera.
Il valore documentario non ne esce ridimensionato. Gli attrezzi sono quelli veri, i gesti dei mietitori sono osservati dal vivo, i telai e le presse funzionano come funzionavano davvero. Ma la scelta di che cosa mostrare è religiosa, non giornalistica, e tenerlo a mente rende la visita molto più interessante.
Fuori la collina è chiara e rimanda luce da ogni parte. Dentro si passa in un ambiente molto più scuro, e per qualche istante non si vede quasi niente. È il momento in cui la maggior parte dei visitatori dà un’occhiata rapida e conclude che i colori sono spenti.
Conviene aspettare. Ferma lo sguardo su una figura sola e resta immobile: prima tornano i rossi e le ocra, poi i verdi, per ultimo il blu. Dopo poco la stessa parete che sembrava sbiadita ha una profondità che al primo sguardo non c’era.
Vale anche il contrario. Uscire nel riverbero e infilarsi subito nella tomba successiva senza dare tempo alla pupilla è il modo più efficace per non vedere niente di quello che sei venuto a vedere. Poche tombe guardate bene rendono molto più di tante attraversate in fila.
L’ordine della giornata cambia l’impressione che ti resta. Se le metti dopo le tombe reali, il salto si sente forte: si passa da corridoi solenni coperti di formule funerarie a stanze piccole piene di gente che ara, impasta, suona e mangia.
Se invece cominci da qui, con gli occhi ancora riposati, guadagni sui dettagli minuti, che sono il vero motivo per venirci. È la scelta migliore per chi ama il disegno e la pittura più dell’architettura.
L’abbinamento meno ovvio è anche il più riuscito: Deir el-Medina, il villaggio degli artigiani che scavavano le tombe reali e che decorarono le proprie. Da una parte i notabili che commissionavano, dall’altra chi teneva in mano il pennello. Sulla stessa fascia di collina restano il Ramesseum, Medinet Habu e la Valle delle Regine, e i Colossi di Memnone si incontrano lungo la strada.
Le tombe si aprono lungo un fianco di collina, quindi si sale e si scende su terreno polveroso e irregolare, con pietrisco che scivola sotto la suola. Ombra vera non ce n’è quasi, e tra un ingresso e l’altro si resta all’aperto.
Dentro, diversi accessi sono bassi e stretti. Si entra chinati, da qualche parte si scendono dei gradini, in un paio di passaggi le spalle sfiorano le pareti. Chi ha la schiena o le ginocchia delicate lo sente, e vale la pena saperlo prima invece che sulla soglia.
Il ritmo giusto è lento. Sono stanze piccole, che non reggono molte persone insieme: quando arriva un gruppo conviene lasciarlo passare e restare indietro, e ci si ritrova la stanza vuota.
Piaceranno molto a chi guarda con lentezza: chi disegna, chi fotografa, chi ha la passione del dettaglio, chi al museo si pianta davanti a una tela invece di attraversare la sala. E a chi è già stato a Luxor e ha la sensazione di aver visto soltanto templi enormi.
Annoieranno chi cerca la scala monumentale e l’effetto scenografico. Qui non ci sono colonnati, non c’è oro, non c’è la sensazione di entrare in qualcosa di gigantesco. Sono ambienti modesti con pareti straordinarie, ed è una differenza da mettere in conto prima di partire.
Con i ragazzini funziona se la trasformi in una caccia: trova il gatto, trova l’oca, trova la barca, trova la scimmia. Con bambini molto piccoli, spazi stretti e penombra complicano le cose. Se hai dubbi su cosa aspettarti, scrivici su WhatsApp e ne parliamo prima di decidere.
In gran parte sono i pigmenti originali, arrivati fin qui perché la roccia li ha tenuti al riparo dalla luce diretta e dalle intemperie. Gli interventi di conservazione servono a fissare l’intonaco e a fermare il degrado, non a ridipingere. Dove noti una zona più opaca o annerita si tratta di solito di fuliggine, depositata nei periodi in cui la collina era abitata e le tombe venivano usate come riparo.
Dipende dal grado. Gli ambienti sono piccoli e diversi passaggi sono bassi, ma non si tratta di lunghi cunicoli e le camere decorate sono spesso a pochi passi dall’ingresso. Qualcuna però richiede una scala più lunga verso il basso: se il punto è delicato conviene dirlo prima, così si sceglie in anticipo quali evitare senza rinunciare al resto della giornata.
Poche, senza esitazione. Ogni ambiente ha un carattere suo e le pareti chiedono uno sguardo ravvicinato, quindi accumulare ingressi aggiunge poco. Conviene piuttosto seguire un filo che ti interessa davvero, le scene di campagna, i banchetti, gli artigiani al lavoro oppure i rilievi scolpiti, e dare a quelle stanze il tempo che meritano.
Sulla riva ovest l’insieme delle tombe accessibili cambia nel tempo: alcune vengono chiuse per lavori di conservazione, oppure fatte riposare dall’umidità che i visitatori portano dentro. Per questo non conviene dare per scontato un nome letto su una guida di qualche anno fa, ed è meglio verificare la situazione vicino alla data della visita.