
Oasi di Bahariya e Deserto Bianco: come si arriva dal Cairo, che cosa si vede, la notte nel campo e come si organizza il viaggio
Il Deserto Bianco è l’immagine dell’Egitto che non assomiglia all’Egitto: una piana di gesso candido con forme scolpite dal vento, funghi, galline, sfingi, che al tramonto diventano rosa e di notte, con la luna, sembrano neve. Si raggiunge dall’oasi di Bahariya, la prima delle oasi del Deserto Occidentale a sud ovest del Cairo, che è a sua volta una meta: palmeti, sorgenti calde, tombe, e il museo delle mummie dorate. Il viaggio classico è di due o tre giorni, con una notte nel campo dei beduini, ed è la cosa più diversa dalla crociera che l’Egitto offra. Questa guida spiega dove sono e come si arriva, che cosa si vede nell’oasi, la strada verso sud con il Deserto Nero e la Montagna di Cristallo, il Deserto Bianco e le sue forme, la notte nel campo, come si costruisce il programma, la stagione, che cosa portare, per chi è, gli errori e come continuare verso le altre oasi.
In breve
- Dove: Bahariya è a quattro o cinque ore d’auto dal Cairo; il Deserto Bianco un centinaio di chilometri più a sud.
- In giornata dal Cairo?: si può, ma è l’errore classico: il viaggio giusto è di due giorni con una notte al campo.
- Che cosa si vede: il museo delle mummie dorate a Bawiti, il Deserto Nero, la Montagna di Cristallo, Agabat e le sculture di gesso del Deserto Bianco.
- Il campo: tende dei beduini, fuoco e cielo stellato; niente bagni né docce.
- La stagione: da ottobre ad aprile; da dicembre a febbraio le notti sono fredde e serve il sacco a pelo.
Gli altri deserti: safari nel deserto egiziano; l’oasi più lontana: oasi di Siwa.
Dove sono e come si arriva dal Cairo
Bahariya sta in una depressione del Deserto Occidentale a sud ovest del Cairo, collegata alla capitale da una strada asfaltata che attraversa il nulla per quattro o cinque ore: si esce dal Cairo per Giza, si passa l’ultimo distributore, e per ore non c’è che sabbia, qualche cava e i camion. Poi la strada scende nella depressione, compaiono i palmeti e le colline scure che chiudono l’oasi, e si arriva a Bawiti, il capoluogo. Il Deserto Bianco sta un centinaio di chilometri più a sud, sulla strada per Farafra, e da Bahariya si raggiunge in un paio d’ore, prima sull’asfalto e poi fuori strada.
Il mezzo giusto è l’auto privata dal Cairo, con l’autista che conosce i posti di blocco e i permessi, e il cambio nel fuoristrada dei beduini a Bahariya: è così che il viaggio si fa, e la combinazione auto più fuoristrada è quella che organizziamo. Il pullman di linea esiste e arriva a Bawiti, ma da lì il deserto chiede comunque il fuoristrada; il fai da te con l’auto a noleggio non lo consigliamo, per i posti di blocco e per la crosta del deserto, che inghiotte le auto normali. Il quadro dell’intera regione è in Deserto Occidentale e oasi.
Il viaggio si incastra bene con il Cairo: si parte al mattino presto dalla città, si arriva a Bahariya per pranzo, si entra nel deserto nel pomeriggio e si dorme nel campo; il giorno dopo si visita l’oasi e si rientra al Cairo per sera. Chi ha un giorno in più lo passa fra le sorgenti e le tombe, e chi ne ha quattro prosegue verso le altre oasi invece di tornare.
L’oasi di Bahariya: Bawiti, sorgenti, mummie dorate
Bahariya è un’oasi vera: una depressione con i palmeti da dattero, gli oliveti, i giardini d’albicocche, i canali che portano l’acqua delle sorgenti, e una decina di villaggi di case di fango attorno a Bawiti. È abitata da sempre, e i faraoni ci coltivavano il vino: le tombe della ventiseiesima dinastia nel villaggio, con le pareti dipinte, e le cappelle dedicate ad Alessandro, che secondo la tradizione locale passò di qui andando a Siwa, lo ricordano.
La scoperta che ha reso famosa l’oasi è la Valle delle Mummie Dorate: una necropoli di epoca greco-romana emersa quando un asino inciampò in una tomba, con centinaia di mummie coperte di cartonnage dorato. Alcune sono esposte nel piccolo museo di Bawiti, e la visita, con la guida che racconta come le famiglie della Bahariya romana si facevano imbalsamare all’egiziana e dipingere alla greca, è la sorpresa del viaggio per chi pensava che l’oasi fosse solo palme.
Le sorgenti sono l’altro motivo per fermarsi: acqua calda che esce dalla roccia a temperatura di bagno, in vasche di cemento fra i palmeti, dove ci si immerge la sera dopo il deserto; e sorgenti fredde dove i ragazzi dell’oasi nuotano. Dalla Montagna Inglese, la collina con i resti di un posto di guardia della prima guerra mondiale, si vede tutta la depressione al tramonto: i palmeti verdi, i villaggi, e il deserto scuro tutto attorno, che è la prossima tappa.


La strada verso sud: Deserto Nero, Cristallo, Agabat

Usciti da Bahariya verso sud, la strada attraversa il Deserto Nero: colline coniche coperte di pietre scure, resti di antiche colate vulcaniche, che spiccano sulla sabbia chiara come mucchi di carbone. Si sale a piedi su una di esse per la vista, e ci si accorge che il nero è solo lo strato in superficie: sotto, la roccia è gialla e ocra. Sono i primi chilometri fuori strada, e il fuoristrada comincia a mostrare perché serve.
Più avanti, sul bordo della strada, sta la Montagna di Cristallo: non una montagna, ma una roccia di quarzo con un arco naturale, che brilla nel sole e che i camion hanno mezzo distrutto anni fa quando la strada fu costruita. La sosta è breve, e serve a capire che il Deserto Occidentale non è solo sabbia: è un fondale marino sollevato, con i suoi minerali e i suoi fossili.
Poi la strada scende nella valle di Agabat, la porta del Deserto Bianco: torri di gesso e arenaria isolate in una piana di sabbia dorata, dove il fuoristrada scende dalla scarpata e i beduini fanno il gioco della discesa sulla duna. È il punto in cui il paesaggio cambia colore, dal nero e dall’ocra al bianco, e dove di solito si fa il pranzo sotto una roccia, all’ombra, con il tè sul fuoco.
Il Deserto Bianco e le sue forme

Il Deserto Bianco è una piana di gesso, il fondo di un mare antico, che il vento ha scolpito in forme che tutti chiamano con lo stesso nome: il fungo, la gallina che gli sta accanto, la sfinge, il coniglio, la tenda, l’albero. Sono decine, sparse su chilometri, e ogni autista ha le sue preferite; il fuoristrada le raggiunge una dopo l’altra sulla crosta bianca, che scricchiola sotto le ruote, e ci si ferma dove la luce è giusta. La zona è un’area protetta, e il campo si monta nei punti consentiti, lontano dalle forme più fragili.
La luce fa il Deserto Bianco. A mezzogiorno è abbagliante e piatto; nel pomeriggio le forme prendono ombra e il gesso diventa crema; al tramonto è rosa e arancio, per pochi minuti; e di notte, con la luna, è bianco come la neve, tanto che i beduini spengono il fuoco per farvelo vedere. All’alba, dal campo, è azzurro. È per questo che il viaggio in giornata non funziona: chi arriva a mezzogiorno e riparte alle tre ha visto la versione peggiore.
Attorno alle forme grandi ci sono le cose piccole che la guida fa notare: i cristalli di gesso a rosa del deserto, i fossili di conchiglie nella roccia, le tracce della volpe e dello scarabeo nella sabbia, e il vecchio Deserto Bianco, la zona più a nord dove le forme sono più alte e più isolate, che i fuoristrada raggiungono in mezz’ora e dove il campo, quando è possibile, è ancora più silenzioso.
La notte nel campo

Il campo lo montano i beduini in venti minuti, dove si è arrivati al tramonto: un telo di lana a righe teso fra il fuoristrada e la sabbia per il vento, i tappeti, i materassi con le coperte pesanti, e il fuoco per la cena, che è pollo o carne alla brace con riso, verdure e pane, e poi il tè alla menta e, quando la compagnia ci sta, il tamburo. Non ci sono bagni, docce, prese di corrente né segnale: è la notte più semplice del viaggio in Egitto, ed è quella che tutti ricordano.
Dopo cena il fuoco si spegne e resta il cielo, che nel Deserto Bianco è quello che si vede di rado in Europa: la Via Lattea intera, le stelle cadenti, e il gesso che riflette la luna. La volpe del deserto, il fennec, viene a curiosare fra i piatti, e la guida la chiama con gli avanzi; è il momento dei bambini, e degli adulti. Si dorme nella tenda aperta o all’aperto, e il freddo di notte, da dicembre a febbraio, si sente anche con le coperte.
Chi non vuole la notte in tenda dorme nell’oasi, negli alberghi semplici di Bawiti o nei campi fissi con le camere di fango e le sorgenti, e fa il Deserto Bianco nel pomeriggio e la mattina dopo con due uscite: è meno intenso ma funziona, e per i viaggiatori senior è spesso la scelta giusta.
Il programma: due giorni, tre giorni
- Due giorni, una notte. Partenza dal Cairo all’alba; arrivo a Bahariya, cambio nel fuoristrada, pranzo; Deserto Nero, Montagna di Cristallo, Agabat; Deserto Bianco al tramonto, campo, notte. Alba nel gesso, colazione, le forme del mattino; ritorno a Bahariya, sorgente calda, pranzo; rientro al Cairo per sera. È il formato classico e il minimo sensato.
- Tre giorni, due notti. Come sopra, con la seconda notte nell’oasi e la giornata in mezzo per Bawiti: il museo delle mummie dorate, le tombe, le cappelle di Alessandro, la Montagna Inglese al tramonto, i palmeti e i villaggi. È il formato per chi vuole capire l’oasi e non solo il deserto, e per chi non vuole due giornate di strada di fila.
- Tre giorni, due notti nel deserto. Per chi ama la tenda: la seconda notte nel vecchio Deserto Bianco o verso Farafra, con la giornata intera fra le forme e le dune. È il formato dei fotografi e di chi torna.
- La traversata. Da Bahariya si prosegue per Farafra, Dakhla e Kharga in quattro o cinque giorni, e si esce a Luxor o si risale al Cairo. Il Deserto Bianco ne è la prima notte.
Il programma si costruisce con voi, e la cosa che chiediamo prima di tutto è quante notti in tenda volete: da quella risposta dipende tutto il resto. Le regole generali del deserto, dal fuoristrada ai permessi, sono in safari nel deserto egiziano.

La stagione, che cosa portare, per chi è
La stagione è da ottobre ad aprile. Ottobre e novembre hanno le giornate tiepide e le notti fresche, e sono i mesi migliori; da dicembre a febbraio le notti scendono sotto lo zero nel deserto, e servono il sacco a pelo, il berretto e i calzini di lana anche se il giorno è mite; marzo e aprile tornano tiepidi, con il rischio del khamsin, il vento di sabbia di primavera, che può cancellare una giornata. D’estate il viaggio non si fa: il caldo di giorno è pericoloso, e le agenzie serie non lo propongono. I mesi sono confrontati in quando andare, clima e affluenza.
Nello zaino, per due giorni: strati per il giorno caldo e la notte fredda, un giubbotto vero d’inverno, il sacco a pelo se il campo non lo fornisce, scarpe chiuse per la crosta e il gesso, un foulard per il vento e la sabbia, la crema solare e il cappello, la torcia frontale, le salviette umide al posto della doccia, la carta igienica, una borraccia grande, e la macchina fotografica con la batteria carica, perché nel deserto non si ricarica niente. Le medicine personali per due giorni, e niente di fragile: il fuoristrada sulla crosta scuote.
Il resto lo fornisce il campo: l’acqua, i pasti, le coperte, i tappeti, e il tè. Contanti piccoli per le mance ai beduini e per il museo, perché nell’oasi le carte non servono a niente.
È il viaggio per chi ha già fatto la crociera e cerca un Egitto senza templi, per le coppie che vogliono una notte sotto le stelle, per le famiglie con bambini dai sei anni in su, che nel campo si divertono più degli adulti, per i fotografi, e per chi torna in Egitto la seconda volta e vuole la cosa più diversa dalla prima. È anche il viaggio che sorprende chi era partito scettico: la notte nel gesso è il ricordo che resta.
Non è per chi non tollera la strada, perché sono dieci ore di auto in due giorni; per chi ha bisogno di un bagno vero la notte; per chi soffre il freddo d’inverno o il caldo di primavera; e per chi ha una settimana sola e non ha ancora visto Luxor, perché il deserto è il secondo viaggio, non il primo. Chi ha un dubbio sceglie la versione con la notte nell’oasi invece che nel campo, e non perde il Deserto Bianco.
Chi viaggia da sola trova nel campo un ambiente tranquillo, con l’autista e la guida che conosciamo e con i gruppi piccoli; le indicazioni generali sono in viaggiare da sola in Egitto.
Gli errori da evitare
- Fare il Deserto Bianco in giornata dal Cairo. Dieci ore di auto per la luce peggiore. Si dorme almeno una notte.
- Andare d’estate. Il deserto si fa da ottobre ad aprile; le agenzie che lo vendono a luglio non lo faranno fare.
- Sottovalutare il freddo. Le notti di gennaio nel gesso sono sotto lo zero. Sacco a pelo e berretto.
- Saltare l’oasi. Le mummie dorate, le tombe e le sorgenti sono metà del viaggio; chi corre al deserto le perde.
- Prenotare un campo senza sapere chi lo monta. Il campo è l’autista beduino e la sua famiglia; il nome sul sito non dice niente. Si chiede chi guida.
- Portare valigie rigide. Il fuoristrada ha il tetto e la sabbia: uno zaino morbido, e il resto lasciato in albergo al Cairo.
- Aspettarsi il segnale. Nel Deserto Bianco non c’è. Si avvisa a casa prima, e si riemerge il giorno dopo a Bahariya.
L’errore che conta di più è il primo, perché produce chi torna dicendo che il Deserto Bianco è solo sabbia: lo ha visto a mezzogiorno dal finestrino. Con la notte, è un altro posto.

Oltre Bahariya: Farafra, Dakhla, Kharga, Siwa
Bahariya è la porta di un sistema di oasi che continua verso sud e verso ovest. Farafra, a sud del Deserto Bianco, è la più piccola e la più isolata, con la sorgente di Bir Sitta e i palmeti sotto la scarpata; Dakhla ha i villaggi medievali di fango di al-Qasr e Balat, il tempio romano di Deir el-Hagar e le sorgenti calde negli orti; Kharga, la più grande e la più moderna, ha il tempio di Hibis, la necropoli cristiana di Bagawat e le fortezze romane sulla via delle carovane. La traversata delle quattro oasi dura quattro o cinque giorni e finisce a Luxor, ed è il viaggio che consigliamo a chi ha già fatto il Deserto Bianco.
Siwa sta dall’altra parte, verso la Libia, e si raggiunge dal Cairo via Alessandria e la costa: la pista diretta da Bahariya, che attraversava il Grande Mare di Sabbia, oggi è chiusa ai viaggiatori. È un mondo a sé, berbero, con il tempio dell’oracolo e i laghi salati, e si unisce a Bahariya solo nei viaggi lunghi. L’oasi del Fayyum, a un’ora e mezza dal Cairo, è invece la versione breve dello stesso tema, con Wadi el-Rayan e la Valle delle Balene, per chi ha un giorno solo.
Il modo di leggere tutto il deserto in una mappa è in mappa turistica dell’Egitto; il confine fra la valle e il deserto, e perché è così netto, in la striscia verde.
Domande frequenti
Dove sono Bahariya e il Deserto Bianco?
Bahariya è la prima delle oasi del Deserto Occidentale, a sud ovest del Cairo, raggiunta con una strada asfaltata in quattro o cinque ore di auto. Il Deserto Bianco sta un centinaio di chilometri più a sud, sulla strada per Farafra, e si visita in fuoristrada partendo da Bahariya.
Si può fare in giornata dal Cairo?
Si può, ma è l’errore classico: dieci ore di strada per un’ora di gesso alla luce sbagliata. Il viaggio giusto è di due giorni con una notte nel campo, e di tre per chi vuole anche l’oasi e le mummie dorate senza correre.
Che cosa si vede nell’oasi di Bahariya?
Bawiti, il capoluogo, con il museo delle mummie dorate; le tombe di epoca faraonica e le cappelle di Alessandro; le sorgenti calde e fredde fra i palmeti; la Montagna Inglese con la vista sull’oasi; e i villaggi di fango con i giardini di datteri e olive.
Che cosa si vede sulla strada per il Deserto Bianco?
Il Deserto Nero, con le colline coperte di pietre scure di origine vulcanica; la Montagna di Cristallo, un arco di quarzo sul bordo della strada; la valle di Agabat con le sue torri; e poi il Deserto Bianco, con le forme di gesso scolpite dal vento, il fungo, la gallina, lo sfinge e le altre.
Come si dorme nel deserto?
In campo tendato, montato dai beduini la sera dove si è arrivati: un telo di lana per il vento, i materassi, le coperte, il fuoco per la cena e il tè, e il cielo. Non ci sono bagni né docce; c’è il silenzio e la volpe del deserto che viene a curiosare. Chi non vuole la tenda dorme a Bahariya e fa il Deserto Bianco in giornata.
Qual è la stagione giusta?
Da ottobre ad aprile, con le notti fredde da dicembre a febbraio e il sacco a pelo obbligatorio. D’estate il caldo di giorno rende il viaggio sconsigliabile, e le agenzie serie non lo propongono.
Serve il fuoristrada?
Per il Deserto Bianco sì: dall’asfalto si esce e si va sulla crosta, e l’autista beduino sa dove passare. Fino a Bahariya basta l’auto normale, e il cambio di mezzo avviene nell’oasi.
Si può continuare verso le altre oasi?
Sì: da Bahariya la strada prosegue per Farafra, Dakhla e Kharga, in una traversata di quattro o cinque giorni che finisce a Luxor o risale al Cairo. È il grande viaggio del deserto egiziano, e il Deserto Bianco ne è la prima tappa.