Cortile deserto della moschea di Ibn Tulun con la fontana delle abluzioni e il minareto

Arabo egiziano: le parole utili per il viaggio

In Egitto la lingua ufficiale è l’arabo, ma per strada, nei negozi e in taxi si parla l’arabo egiziano, che gli egiziani chiamano masri. Non serve impararlo per viaggiare: nei luoghi turistici l’inglese basta quasi sempre. Una ventina di parole però cambiano il tono di ogni incontro, e qualcuna, come il «no grazie» detto bene, vi risparmia parecchia fatica. Qui ci sono quelle che usiamo davvero, con la pronuncia egiziana e il momento giusto per dirle.

In breve

  • Che lingua si parla: l’arabo egiziano, il masri; la lingua ufficiale è l’arabo standard.
  • Grazie: shukran; grazie mille si dice shukran gazilan, e in risposta sentirete ’afwan, prego.
  • No grazie: la’ shukran, detto con calma: chiude qualsiasi offerta al mercato senza essere scortesi.
  • Per favore: min fadlak a un uomo, min fadlik a una donna.
  • Inglese e italiano: l’inglese si parla nei luoghi del turismo; al Mar Rosso parte del personale parla italiano.

Al mercato servono anche queste: come dire no ai venditori insistenti e le mance in Egitto.

Che lingua si parla in Egitto

La lingua ufficiale è l’arabo standard moderno, la fusha: è quella dei documenti, dei giornali, dei telegiornali e dei cartelli stradali. Nessuno però la parla a casa o al mercato. La lingua di tutti i giorni è l’arabo egiziano, un dialetto con una pronuncia propria, un lessico proprio e molte parole prese in prestito dal turco, dal francese, dall’italiano e dall’inglese.

È anche il dialetto arabo più capito fuori dai suoi confini. Per decenni il cinema, le canzoni e le serie televisive del Cairo hanno girato tutto il mondo arabo, e chi vive in Marocco o in Iraq spesso capisce il masri meglio di quanto un egiziano capisca il dialetto marocchino o iracheno.

Accanto all’arabo sopravvivono altre lingue. Il copto, ultimo erede della lingua dei faraoni, non si parla più nella vita quotidiana ma resta la lingua della liturgia della Chiesa copta. Nei villaggi intorno ad Assuan si parlano ancora le lingue nubiane, che non sono arabo: le sentirete se passate una mattina in un villaggio nubiano ad Assuan.

Nei luoghi del turismo, cioè alberghi, navi da crociera e siti archeologici, l’inglese è la lingua di lavoro. Nelle località del Mar Rosso frequentate da molti italiani, come Sharm el Sheikh e Marsa Alam, non è raro trovare personale che parla un po’ di italiano. Fuori da questi luoghi, nei paesi e nei mercati di quartiere, l’arabo resta l’unica lingua.

Volta in pietra con muqarnas scolpiti in un edificio storico del Cairo islamico

Come si pronuncia: la g del Cairo

La prima cosa che distingue l’egiziano dagli altri dialetti è una lettera. Dove l’arabo standard dice j, come in jamil (bello), l’egiziano dice una g dura: gamil. Per questo il cammello è gamal, il venerdì è gum’a e «grazie mille» diventa shukran gazilan, non jazilan.

La seconda è la q, che al Cairo quasi sparisce e diventa una piccola pausa in gola, come l’attacco secco di una vocale. Il caffè, qahwa in arabo standard, al Cairo è ‘ahwa; il cuore, qalb, è ‘alb. Nell’Alto Egitto, a Luxor e ad Assuan, la stessa lettera si pronuncia spesso come una g: le due abitudini convivono, e nessuno si offende se sbagliate.

In questa guida trascriviamo le parole con le lettere italiane, nel modo più vicino a come si sentono, e usiamo l’apostrofo per quella pausa in gola. Le trascrizioni cambiano da un libro all’altro, shukran, shokran, šukran, ma la parola è la stessa: conta il suono, non l’ortografia.

Un consiglio pratico: pronunciate le doppie come in italiano e allungate un poco le vocali lunghe. Gli italiani, abituati a una lingua con vocali chiare e consonanti nette, vengono capiti molto meglio di quanto si aspettino, e spesso meglio di chi parla inglese.

Le parole che userete ogni giorno

Shukran (شكرا): grazie. Va bene con chiunque e in qualunque situazione. Shukran gazilan è «grazie mille». In risposta sentirete ‘afwan, prego.

Aiwa: sì, nel parlato di tutti i giorni. La’: no, con quella chiusura secca alla fine. Detto da solo può suonare brusco, quindi quasi sempre si accompagna: la’ shukran, no grazie.

Min fadlak a un uomo, min fadlik a una donna: per favore. Al Cairo sentirete spesso anche law samaht e law samahti, che servono per chiedere qualcosa, per chiamare un cameriere o per farsi largo in una folla.

Salamu ‘aleikum: il saluto più comune, a cui si risponde wa ‘aleikum es-salam. Al mattino si dice sabah el-kheir, buongiorno, e la risposta è sabah en-nur; la sera masa’ el-kheir. Andando via, ma’a salama.

Ma’lesh: forse la parola più egiziana di tutte. Vuol dire «non importa», «pazienza», «scusa», a seconda del tono. La userete quando urtate qualcuno in un vicolo, e la sentirete quando il treno parte in ritardo.

Mafish mushkila: nessun problema. È la risposta standard a quasi ogni richiesta, e va presa per quello che è, cioè una cortesia, non una garanzia.

Ana mish fahem se lo dice un uomo, ana mish fahma se lo dice una donna: non capisco. Insieme a ana itali o ana italiya, sono italiano, sono italiana, apre quasi sempre una conversazione, e non di rado qualche parola di italiano dall’altra parte.

Il colonnato di Amenhotep III nel tempio di Luxor illuminato all'ora blu, con le due file di colonne che incorniciano il viale

Al mercato e nei negozi

Nei mercati le parole servono soprattutto a due cose: chiedere un prezzo e dire di no con gentilezza. Bikam? vuol dire «quanto costa?», e indicando l’oggetto basta da solo. Se la cifra non vi convince, ghali significa caro e ghali awi molto caro: detto con un sorriso, è l’inizio normale di una trattativa, non un’offesa.

Per chiudere un’offerta che non vi interessa, la’ shukran ripetuto con calma funziona meglio di qualunque spiegazione. Mish ‘ayez, non voglio, se lo dice un uomo, mish ‘ayza se lo dice una donna, è più netto. Kifaya vuol dire basta, ed è da tenere per quando serve davvero. Come si dice di no senza diventare scortesi, e perché la stessa formula ripetuta funziona, lo abbiamo raccontato in venditori insistenti in Egitto.

Per chi viaggia da sola queste tre parole bastano quasi sempre; le altre regole pratiche, dal taxi alla città da cui cominciare, sono in viaggiare da sola in Egitto.

Da e di vogliono dire questo e questa: bikam da? è «quanto costa questo?». Kwayyis vuol dire buono, va bene; tamam vuol dire d’accordo, perfetto, ed è la parola che sentirete chiudere quasi ogni accordo.

Nei grandi mercati del Cairo e di Luxor i commercianti parlano inglese e spesso qualche frase di italiano, quindi l’arabo non è indispensabile. Fa però una differenza enorme nel tono: un shukran detto bene cambia la conversazione. Come si muovono i bazar, dalle spezie al rame, è spiegato in souk e mercati in Egitto.

Tini di legno colmi di spezie in un mercato egiziano, con ibisco essiccato, fiori di cartamo e erbe aromatiche nella luce calda

Scheda con le parole egiziane di ogni giorno: shukran per grazie, afwan per prego, la shukran per no grazie, bikam per quanto costa, yalla per andiamo, e la g dura del Cairo per cui il cammello è gamal

I numeri arabi: come leggere un prezzo

In Egitto si usano due serie di cifre. Ci sono quelle che usiamo noi, che curiosamente in Italia chiamiamo arabe, e ci sono quelle arabe orientali, che vedrete sulle targhe delle auto, sui cartellini dei negozi di quartiere, sugli orari esposti e su una delle due facce delle banconote. Imparare a leggerle richiede dieci minuti ed evita parecchi equivoci.

Ecco le cifre da zero a nove: ٠ ١ ٢ ٣ ٤ ٥ ٦ ٧ ٨ ٩. Lo zero è un punto. Il cinque è un piccolo cerchio, e per questo chi non lo sa lo scambia per uno zero. Il sette è una V, l’otto una V capovolta. Il due e il tre si somigliano, ma il tre ha un dente in più in alto.

La buona notizia è che i numeri si leggono da sinistra a destra, come i nostri, anche se il testo arabo intorno va da destra a sinistra. ١٥٠ è centocinquanta, ٢٠ è venti, ١٠٠٠ è mille.

A voce, i numeri da uno a dieci sono wahid, itnein, talata, arba’a, khamsa, sitta, sab’a, tamanya, tis’a, ‘ashara. Venti si dice ‘eshrin, cento miyya. La valuta è la lira egiziana, che per strada si chiama gineh, e la piastra, il centesimo della lira, è ‘irsh. Come cambiare e quanti contanti tenere in tasca è in valuta egiziana, cambio e contanti.

Bottega notturna con specchi intarsiati in madreperla, vassoi in ottone e lanterne

In taxi, al ristorante, in albergo

In auto bastano poche parole. ‘Ala tul: sempre dritto. Yemin: a destra. Shimal: a sinistra. Hena: qui, per dire dove fermarsi, e hena, law samaht è la forma gentile. Shwaya shwaya, piano piano, serve con certi autisti più di qualunque altra frase.

Al ristorante, el-menu, law samaht e alla fine el-hisab, law samaht: il menu e il conto, per favore. L’acqua è mayya; quella in bottiglia, che è quella da bere, si chiede come mayya ma’daneyya. Perché conviene, e dove l’acqua del rubinetto va evitata, lo spieghiamo in che acqua bere in Egitto.

Il tè è shai, il caffè ‘ahwa. Il caffè alla turca si ordina dicendo quanto zucchero si vuole: sada senza, mazbut medio, ziyada molto dolce. Il tè arriva spesso già zuccherato: per evitarlo si chiede min gheir sukkar, senza zucchero. Il resto della tavola, dal koshari al pane baladi, è in cucina egiziana.

In albergo e ovunque, fein…? vuol dire «dov’è…?». Fein el-hammam? è «dov’è il bagno?». Lo capiscono tutti, anche detto con l’accento più italiano del mondo.

Le parole servono anche fuori dal mercato. Due uscite brevi da Assuan, entrambe di mezza giornata: il villaggio nubiano, con la traversata sul Nilo, e l’Isola delle Piante, in barca.

Le parole che sentirete senza capirle

Inshallah, se Dio vuole, accompagna qualunque cosa riguardi il futuro, dal «ci vediamo domani» al «la nave parte alle otto». Non è un modo elegante di dire di no, e nemmeno una promessa: vuol dire che la cosa si farà, se nulla si mette in mezzo.

Yalla vuol dire andiamo, dai, muoviamoci, ed è la parola che sentirete più spesso in una giornata di visite. Khalas vuol dire basta, finito, fatto: chiude una discussione o una trattativa. Habibi e habibti, caro e cara, si usano con una familiarità che a noi sembra eccessiva e che in Egitto è del tutto normale.

Nei luoghi turistici vi chiameranno ya basha o ya madam, e sentirete spesso «welcome in Egypt»: a volte è l’apertura classica di chi vuole vendervi qualcosa, a volte il saluto sincero di chi non vuole nulla. Si impara presto a distinguere.

Bakshish è la mancia, ed è parte del modo in cui funzionano molti piccoli servizi. Quando darla, a chi e come, senza sbagliare né per eccesso né per difetto, è spiegato in mance in Egitto.

Lanterne in metallo traforato accese in una bottega di Khan el Khalili

Gesti e buone maniere

Il gesto più utile da conoscere: le dita di una mano unite e rivolte verso l’alto, con la mano che si muove appena. In Italia lo leggeremmo come una domanda spazientita; in Egitto significa «aspetta un momento». Ve lo faranno spesso, e potete usarlo anche voi.

Si dà e si riceve con la mano destra, soprattutto il cibo e il denaro. Il saluto non è una formalità da sbrigare: chiedere come va, prima di arrivare al punto, fa parte della conversazione, e chi salta questo passaggio sembra freddo. Durante il Ramadan la cortesia va un passo oltre, con più discrezione nel mangiare e nel bere in pubblico durante il giorno; come cambia il viaggio in quel mese è in viaggiare in Egitto durante il Ramadan.

Infine, non serve parlare arabo per viaggiare bene. Nei siti archeologici le visite con una guida egittologa di lingua italiana tolgono il problema alla radice, e nel resto del viaggio l’inglese e qualche parola di egiziano bastano. Il quadro completo per chi parte per la prima volta è in primo viaggio in Egitto.

Come esercitarsi prima di partire

Non servono corsi. Imparate ad alta voce le parole della lista di tutti i giorni, una decina in tutto, finché vi escono senza pensarci: è la differenza fra conoscerle e usarle.

Scrivete le dieci cifre arabe su un foglietto da tenere nel portafoglio, accanto alle nostre. Dopo un paio di giorni non vi servirà più, ma i primi cartellini e il primo taxi saranno molto più semplici.

E ascoltate la pronuncia. Un film o una canzone egiziana con i sottotitoli, anche solo per qualche minuto, vi abitua a quella g dura e a quella pausa in gola meglio di qualunque trascrizione.

Una parola araba che molti conoscono già è halal, «lecito»: che cosa significa in pratica per chi viaggia, a tavola e negli alberghi, è spiegato in viaggio halal in Egitto.

Domande frequenti

Che lingua parlano gli egiziani?

L’arabo egiziano, il masri, nella vita di tutti i giorni. La lingua ufficiale è l’arabo standard, usato nei documenti e nei telegiornali. Nei luoghi turistici si parla inglese, e in alcune località del Mar Rosso anche un po’ di italiano.

Come si dice grazie in egiziano?

Shukran. Per dire grazie mille si dice shukran gazilan, con la g dura tipica del Cairo. In risposta sentirete ‘afwan, prego.

Come si dice no grazie in arabo egiziano?

La’ shukran. Ripetuto con calma, sempre uguale, è il modo più efficace per chiudere un’offerta nei mercati senza essere scortesi.

In Egitto si parla inglese?

Nei luoghi del turismo sì: alberghi, navi, siti archeologici e negozi dei grandi mercati. Fuori da questi luoghi, nei paesi e nei quartieri, l’inglese è meno diffuso e qualche parola di arabo aiuta.

Si parla italiano in Egitto?

Nelle località del Mar Rosso frequentate da molti italiani, come Sharm el Sheikh e Marsa Alam, una parte del personale parla italiano. Le nostre visite si fanno con guide egittologhe di lingua italiana.

Sui cartellini i prezzi sono in numeri arabi?

Nei negozi di quartiere spesso sì, con le cifre arabe orientali. Si leggono da sinistra a destra come le nostre: lo zero è un punto e il cinque è un piccolo cerchio. Nei negozi per turisti si usano quasi sempre le cifre occidentali.

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