Il pilone del tempio di Horus a Edfu visto di fronte, con la strada lastricata e i falchi in pietra

Tempio di Edfu: il tempio di Horus che c’è ancora tutto

Fra Luxor e Assuan c’è un tempio che non si visita immaginando quello che manca: a Edfu c’è ancora tutto, tetto compreso. Si è conservato per un motivo che sembra un paradosso: è rimasto sepolto per secoli.

In breve

  • Perché è unico: il tempio di Horus è completo, tetto compreso: è l’unico in Egitto in cui si attraversano ancora le sale nella penombra prevista.
  • Perché si è salvato: è rimasto sepolto per secoli sotto il limo del Nilo e le case del villaggio.
  • Dove si trova: sulla riva ovest del Nilo, nella città di Edfu, a metà strada fra Luxor e Assuan: poco più di cento chilometri da ciascuna.
  • Come abbinarlo: con Kom Ombo poco più a sud e con Esna risalendo verso nord; è una sosta quasi fissa delle crociere sul Nilo.

La visita organizzata: tempio di Edfu oppure Edfu e Kom Ombo in giornata.

Il tempio che c’è ancora tutto

Quasi tutti i templi egizi si visitano immaginando quello che manca: il tetto crollato, le sale aperte al cielo, i muri a mezza altezza. A Edfu no. Il tetto è al suo posto e i muri sono completi, e questo cambia completamente la visita.

Entrando si passa dalla luce piena del cortile al buio delle sale interne, esattamente come era previsto: gli ambienti si fanno più piccoli, più bassi e più scuri man mano che ci si avvicina al santuario. È l’unico posto in Egitto dove quella progressione si sente ancora addosso invece di doverla ricostruire con la fantasia.

Si è salvato perché è stato sepolto

La ragione della sua conservazione è quasi ironica: per secoli il tempio è rimasto sotto terra. Il limo del Nilo si è depositato, il villaggio ci ha costruito sopra le case, e sotto quel peso l’edificio è rimasto al riparo dalla pioggia, dal vento e da chi cercava pietra da riutilizzare.

È la stessa storia di Esna, dove però il villaggio è ancora lì e solo l’atrio è stato liberato. A Edfu lo scavo è arrivato fino in fondo, ed è per questo che si visita un tempio intero invece di una sala.

L'ingresso del tempio di Edfu visto dal cortile, con il portale tra i due piloni e il pavimento di pietra chiara

Le pareti che spiegano se stesse

Sulle pareti non ci sono solo scene di offerta: ci sono i testi che descrivono i riti celebrati in quelle stesse stanze e notizie sulla costruzione dell’edificio. È un tempio che documenta se stesso, e per gli studiosi vale quanto la sua conservazione.

Se volete orientarvi su una parete senza conoscere i geroglifici, il metodo è in come si legge la parete di un tempio. All’ingresso, intanto, ci sono i falchi: Horus, il padrone di casa.

Dove si trova e come inserirlo

Edfu sta fra Luxor e Assuan, sulla riva del Nilo, ed è una delle soste che le crociere sul Nilo includono quasi sempre davvero, non solo sulla carta. Si abbina naturalmente a Kom Ombo, poco più a sud, e a Esna risalendo verso nord.

La visita a sé è il tempio di Edfu. Se partite da Luxor, il quadro completo della zona è in cosa vedere a Luxor, e l’itinerario su misura in viaggi su misura.

Come sta in piedi un tetto di pietra

Un tempio egizio non ha archi e non ha volte. Il tetto è fatto di lastre piatte appoggiate su architravi, e gli architravi si appoggiano su colonne e muri: pietra che poggia su pietra, senza niente che tenga insieme il tutto se un pezzo si sposta. Per questo nelle sale interne le colonne sono così fitte. Non servivano a riempire lo spazio, servivano ad accorciare la distanza che ogni blocco doveva coprire da solo.

È anche il motivo per cui altrove il tetto è la prima cosa che manca. Una lastra piatta e già squadrata è il pezzo più comodo da portare via per chi cerca materiale da costruzione, ed è anche il primo a cadere quando una colonna cede. Ad Edfu non è successo né l’uno né l’altro.

Sul tetto ci si saliva

La copertura di un tempio come questo si usava: ci si saliva. Dall’interno partono delle scale, e sulle loro pareti sono incise le processioni che le percorrevano: una fila che sale portando qualcosa, e sull’altra scala la stessa fila che scende. È il rito messo in pianta: si saliva da una parte e si tornava dall’altra.

Quello che si portava in alto era l’immagine del dio, che in occasione di una festa doveva incontrare la luce del sole all’aperto. Una volta che lo si sa, quelle scale smettono di sembrare un passaggio di servizio. L’accesso al terrazzo cambia nel tempo; le porte delle scale e i loro rilievi, invece, si vedono da dentro.

Guardare in alto, e dare tempo all’occhio

Verso il fondo succedono due cose insieme, e si sentono addosso prima di vederle: il pavimento sale leggermente e il soffitto scende. Le porte si stringono, gli stipiti si abbassano, e ogni soglia toglie luce a quella dopo. È un imbuto costruito apposta, ed è lo schema che regge <a href=”/pianta-tempio-egizio-come-e-fatto/”>la pianta di qualunque tempio egizio</a>.

La luce non entra da finestre come le intendiamo noi, ma da fessure strette ricavate nella pietra, e arriva come lame sottili che si spostano nel corso della giornata. Chi attraversa le sale senza fermarsi non vede granché; chi si ferma un momento vede i rilievi tornare fuori da soli.

Poi conviene alzare lo sguardo. Dove un ambiente è rimasto chiuso a lungo il soffitto tende ad annerirsi, perché il fumo delle lampade e dei fuochi non aveva altro posto dove andare. Nei templi rimasti aperti al cielo quel nero non c’è, ma non c’è nemmeno il soffitto.

Sembra antichissimo perché è stato costruito per sembrarlo

Quasi tutti danno per scontato che un tempio così completo sia anche il più antico della zona. È il contrario: Edfu è uno degli ultimi grandi cantieri della religione egizia, alzato in epoca tolemaica, quando l’Egitto era governato da sovrani di origine greca e <a href=”/karnak-il-tempio-mai-finito/”>Karnak</a> era già un edificio antico.

L’equivoco regge perché è voluto. Chi ha costruito Edfu ha copiato di proposito le regole di un’arte molto più vecchia: le stesse posture, lo stesso modo di disporre le figure, la stessa impaginazione delle scene. Era una scelta deliberata, e voleva dire qualcosa. Il risultato è che l’occhio non riesce a datarlo, e chi entra aspettandosi qualcosa di greco non lo trova quasi da nessuna parte.

Il danno del tempo e il danno delle mani

Su queste pareti ci sono due rovine diverse, e si distinguono a occhio nudo. La prima è uniforme: superficie opaca, contorni smussati, a volte una crosta biancastra lasciata dai sali. È quello che fanno l’umidità e la terra, e colpisce allo stesso modo la figura e lo sfondo.

La seconda è selettiva, e per questo si riconosce subito. Il rilievo intorno è nitido, ma il viso di una figura è stato portato via, oppure le mani, mentre il corpo e i geroglifici accanto restano perfetti. Quello non è il tempo: è qualcuno che ha lavorato con uno scalpello, mirando a ciò che nell’immagine contava, lo sguardo e il gesto dell’offerta. Quando un tempio smette di funzionare come tempio l’edificio resta e viene riusato, e chi lo riusa non ha motivo di risparmiare le figure che ci trova.

Il tempio di Horus a Edfu, uno dei meglio conservati d'Egitto

Il corridoio esterno, dove non passa quasi nessuno

Il tempio vero e proprio è racchiuso da un secondo muro, e fra i due corre un corridoio stretto e scoperto. Quasi tutti entrano, arrivano in fondo e tornano indietro sulla stessa linea, senza accorgersi che si può girare intorno all’edificio.

Vale la pena farlo, perché quel corridoio è la parte narrativa del tempio. Le pareti raccontano per scene lo scontro fra Horus e il suo avversario, e c’è un dettaglio che spiega come ragionavano gli egizi meglio di qualunque didascalia: il nemico è raffigurato piccolo, molto più piccolo di chi lo affronta. Non è un errore di proporzioni. Nell’arte egizia la dimensione è un giudizio, e rimpicciolire una figura era già un modo di sconfiggerla. È uno dei <a href=”/leggere-pareti-tempio-egizio/”>segnali che si imparano a cercare su qualunque parete</a>.

Il cortile colonnato del tempio di Edfu

Intatto non vuol dire pieno

Un edificio completo può benissimo essere vuoto, e qui lo è. Nel punto più interno c’è ancora il blocco di pietra dura che custodiva l’immagine del dio: monolitico, chiuso e vuoto. Quello che conteneva non c’è più, e non ci sono nemmeno gli arredi, le stoffe e i vasi che rendevano quelle stanze un luogo di lavoro.

C’è anche un equivoco che nasce all’ingresso. Quello che si fotografa davanti alla porta non era l’immagine di culto: quella stava dentro, al buio, e la vedevano pochissimi. Le statue esterne erano fatte per essere viste, l’immagine vera per non esserlo. Tenerlo a mente cambia il senso della camminata: si attraversa una sequenza di stanze sempre più riservate, fino a una in cui non entrava quasi nessuno.

Rilievo del falco Horus sul tempio di Edfu, con tracce di pigmento azzurro sulla pietra

Edfu, Dendera e Kom Ombo si sono conservati in modi diversi

Edfu non è l’unico tempio della zona ad avere ancora la copertura. Ce l’ha anche <a href=”/dendera-soffitti-blu-zodiaco/”>Dendera</a>, con i suoi soffitti dipinti, ma ha perso la parte davanti: si entra subito nella sala colonnata, senza pilone e senza cortile. <a href=”/kom-ombo-tempio-doppio/”>Kom Ombo</a>, al contrario, è aperto al cielo quasi ovunque, ed è anche per questo che della sua stranezza, la pianta sdoppiata, ci si accorge al primo sguardo.

Messi in fila, questi casi dicono una cosa: conservato non è una parola unica. Un tempio può avere il tetto e non avere l’ingresso, avere la pianta leggibile e non avere le pareti. Il primato di Edfu non è di essere il più bello: è che la sequenza intera, dal portale fino al fondo, si percorre ancora nell’ordine per cui era stata pensata.

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Dall’ormeggio al tempio, il tratto che nessuno anticipa

Il tempio non è sul fiume. Fra il punto in cui le imbarcazioni ormeggiano e l’ingresso c’è un pezzo di città da attraversare, e a Edfu quel trasferimento si fa quasi sempre in calesse, in fila con tutti gli altri. Per molti è il ricordo più vivo della tappa, per altri è la parte meno riuscita della crociera, fra la contrattazione, il traffico e le condizioni dei cavalli, che non sempre sono quelle che vorreste vedere. Conviene saperlo prima, perché è una di quelle cose che si accettano meglio quando non arrivano di sorpresa.

L’alternativa esiste e va chiesta quando si definisce il programma, non sul molo il giorno stesso: il tratto si può coprire in veicolo privato, e chi ha problemi di caldo o di deambulazione fa bene a dirlo prima. Se invece Edfu la raggiungete via terra il problema non si pone affatto, ed è uno dei punti che si vedono confrontando crociera sul Nilo e tour via terra. Sulla consuetudine delle mance ai conducenti c’è una pagina dedicata: le mance in Egitto.

Domande frequenti sul tempio di Edfu

Dove si trova il tempio di Edfu?

Nella città di Edfu, sulla riva ovest del Nilo, a metà strada fra Luxor e Assuan. Le navi da crociera ormeggiano a pochi minuti dal tempio; da Luxor o da Assuan si arriva in auto in circa due ore.

Che cosa simboleggia Horus?

Horus, il dio falco figlio di Osiride e Iside, era il simbolo della regalità: ogni faraone regnava come Horus vivente. A Edfu si celebrava la sua vittoria su Seth, raccontata sulle pareti del corridoio esterno.

Dove si trova il tempio di Kom Ombo?

Sulla riva est del Nilo, una cinquantina di chilometri a nord di Assuan e a circa un’ora d’auto da Edfu. È un tempio doppio, dedicato a Sobek e a Haroeris, e si visita spesso nella stessa giornata di Edfu.

Perché Edfu è considerato il tempio meglio conservato d’Egitto?

Perché è quasi intatto: il tetto è al suo posto, i muri sono completi, le sale interne sono ancora buie come dovevano essere. Negli altri templi si guarda una struttura aperta al cielo; qui si cammina dentro un edificio finito.

Come ha fatto a conservarsi così?

Perché per secoli è rimasto sepolto. Il limo del fiume e poi le case del villaggio lo hanno coperto quasi del tutto, e quella sepoltura lo ha protetto dalla pioggia, dal vento e da chi cercava pietra da riusare.

Che cosa sono le statue di falco all’ingresso?

Sono Horus, il dio a cui il tempio è dedicato, rappresentato come falco. Sono fra le immagini più fotografate dell’Alto Egitto e stanno proprio dove il visitatore entra.

Vale la pena fermarsi se si è in crociera?

Sì, ed è una delle poche soste che quasi tutti gli itinerari includono davvero. Il tempio è vicino all’attracco e la visita dura poco più di un’ora.

Che cosa raccontano le iscrizioni?

Anche il tempio stesso: sulle pareti sono incisi i riti che vi si celebravano e notizie sulla sua costruzione. È un edificio che documenta se stesso, ed è raro.

Altre domande frequenti

Di che epoca è il tempio di Edfu?

È molto più recente di quanto sembri. Appartiene all’epoca tolemaica, la fase finale della religione egizia, quando l’Egitto era governato da sovrani di origine greca. Le forme sulle pareti imitano di proposito un’arte molto più antica, ed è per questo che l’occhio sbaglia epoca.

Si può salire sul tetto del tempio?

Quello che è aperto ai visitatori cambia nel tempo, quindi non è una risposta che si possa dare una volta per tutte: conviene controllare la situazione aggiornata su <a href=”/biglietti-orari-templi-alto-egitto/”>biglietti e orari dei templi dell’Alto Egitto</a>. Le scale che portavano in alto, però, si vedono da dentro, e sulle loro pareti sono incise le processioni che le percorrevano.

L’ingresso è compreso quando si prenota la visita?

Dipende dalla formula. Nelle giornate che uniscono più siti in un solo itinerario gli ingressi sono compresi; nella visita al singolo tempio no. È indicato sulla pagina dell’escursione, ed è la prima cosa da guardare quando si confrontano due proposte.

Perché molte figure sulle pareti hanno il viso scalpellato?

Perché qualcuno le ha colpite di proposito, molto tempo dopo la costruzione. Si riconosce dal fatto che il danno è selettivo: spariscono i visi e le mani mentre il resto del rilievo resta nitido. L’usura naturale, quella lasciata dall’umidità e dalla terra, è diversa, opaca e uniforme, e non sceglie che cosa cancellare.

Volete Edfu con il tempo di entrarci davvero, non una sosta di corsa? Diteci le date: la organizziamo con una guida egittologa di lingua italiana.

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